Milano, 29 maggio 2026 – Uno studio firmato da un gruppo di scienziati giapponesi ha messo sotto i riflettori una vitamina di uso comune, rivelando un effetto inaspettato sul cervello umano che ha già acceso la curiosità e le aspettative della comunità scientifica internazionale. Il lavoro, uscito ieri su “Nature Neuroscience”, vede protagonisti i ricercatori dell’Università di Tokyo e si concentra su una molecola presente in tanti alimenti e integratori.
Vitamina B12: la nuova frontiera della ricerca giapponese
Gli esperti hanno voluto capire meglio il ruolo della vitamina B12 nei meccanismi della memoria e dell’apprendimento, studiando sia modelli animali sia campioni umani. “Abbiamo notato che anche una carenza leggera può modificare le connessioni tra i neuroni”, racconta il professor Hiroshi Tanaka, a capo dello studio. L’indagine è partita nell’autunno 2024 ed è stata portata avanti tra il laboratorio di biochimica dell’Università di Tokyo e il reparto di neurologia clinica del Keio Hospital.
Nel corso dei test, sono emerse variazioni nelle capacità cognitive. Nei topi con dieta povera di vitamina B12, per esempio, i ricercatori hanno osservato difficoltà nel risolvere compiti più complessi. Tra le persone seguite, chi mostrava livelli bassi di questa vitamina presentava cali nelle prestazioni cognitive, misurate con test come il Mini-Mental State Examination.
Cosa significa per i disturbi neurologici?
Le prime ipotesi indicano che la vitamina B12 giochi un ruolo importante nella formazione della mielina, quella guaina che protegge le fibre nervose. “Solo allora abbiamo capito che integrarla può rallentare – almeno in parte – l’evoluzione di alcune malattie neurodegenerative”, ammette Tanaka. Il gruppo giapponese però precisa: si tratta di dati preliminari e servono ancora studi clinici più approfonditi per capire quanto l’integrazione possa aiutare nelle prime fasi di malattie come il morbo di Alzheimer o la demenza vascolare.
All’ospedale universitario di Tokyo lo studio ha già scatenato un dibattito tra gli specialisti, che chiedono dettagli su dosaggi, durata delle cure e categorie di pazienti da coinvolgere nei prossimi test. I ricercatori stimano che circa il 15% degli anziani giapponesi abbia una carenza lieve ma non diagnosticata di B12, spesso perché i sintomi sono poco evidenti.
Vitamina B12 tra cibo e numeri
Secondo le linee guida del Ministero della Salute giapponese, il fabbisogno giornaliero si aggira tra 2,4 e 2,8 microgrammi. Le carenze sono più frequenti fra vegani e vegetariani: la vitamina infatti si trova quasi esclusivamente in alimenti di origine animale come carne, pesce e uova. In Giappone, così come in Europa e Italia, gli over 65 sono quelli più a rischio: “A volte basta una dieta sbilanciata o problemi intestinali che riducono l’assorbimento”, spiega la dottoressa Emi Nakayama, internista del centro geriatrico di Osaka.
Molti pazienti arrivano con sintomi come stanchezza mentale, riflessi rallentati o piccoli vuoti di memoria; spesso questi segnali vengono attribuiti allo stress o all’età senza pensare a una possibile carenza vitaminica. Per questo motivo i medici suggeriscono controlli regolari e un’alimentazione varia; solo dopo si valuta se servono integratori specifici.
Il mondo scientifico osserva con prudenza
Lo studio ha suscitato interesse anche fuori dal Giappone. In Italia la Società Italiana di Neurologia ha accolto i risultati con cautela: “Sono dati incoraggianti – dice il presidente Paolo Marchetti – ma serve evitare facili entusiasmi perché mancano ancora prove su larga scala”.
Anche dall’Università di Oxford arriva un appello alla moderazione: “Il ruolo delle vitamine nella salute cerebrale è noto da tempo, ma dobbiamo chiarire quanto l’integrazione incida davvero nella prevenzione delle demenze”, si legge in una nota diffusa nel pomeriggio.
Qual è la strada da seguire?
Nel frattempo i ricercatori raccomandano prudenza: guardare alla dieta quotidiana con attenzione, fare controlli del sangue dopo i 60 anni e promuovere l’informazione sulla prevenzione delle carenze vitaminiche. Non ci sono indicazioni per assumere integratori senza un parere medico.
Il team giapponese punta a una seconda fase della sperimentazione clinica entro fine 2026. Solo allora si capirà se questa vitamina comune potrà davvero diventare un valido alleato contro i disturbi cognitivi legati all’età.
