PBDE banditi da 20 anni: perché le sostanze chimiche tossiche sono ancora nel nostro corpo e nell’ambiente?

Salvatore Broggi

16 Settembre 2026

Bruxelles, 16 settembre 2026 – Nonostante il bando in vigore da più di dieci anni, i PBDE (polibromodifenileteri), quei ritardanti di fiamma usati per decenni in elettronica e tessili, continuano a spuntare in giro per l’Europa e nelle catene alimentari. Lo dicono diversi report di agenzie ambientali e laboratori pubblici. E la cosa preoccupa: non solo perché queste sostanze resistono alle norme, ma anche perché, come spiegano gli esperti, il modo in cui si riciclano oggi certi materiali rischia di farle tornare in circolazione.

PBDE, un problema che non molla terreno e cibo

Entrati in uso dagli anni Settanta per rendere meno infiammabili plastiche e tessuti, i PBDE sono stati vietati in Europa tra il 2004 e il 2019, a seconda del tipo. Eppure, i dati diffusi a giugno dall’Agenzia europea dell’ambiente mostrano che queste sostanze si trovano ancora nei campioni alimentari – latte, uova, pesce – raccolti dai laboratori nazionali in Italia, Francia, Germania e altri paesi. La quota di superamenti dei limiti resta “bassa ma stabile”, fanno sapere dal Ministero della Salute italiano, con valori più alti nelle zone agricole con intensa allevamento e vicino agli impianti di smaltimento dei rifiuti elettronici.

“La persistenza dei PBDE non ci sorprende – spiega Francesca Nizzoli, tossicologa ambientale dell’ISS – sono sostanze che si degradano molto lentamente. Anche se vietate da tempo, continuano a circolare tramite vecchi dispositivi smaltiti male o terreni contaminati”.

Riciclo: un tasto dolente

Negli ultimi cinque anni la raccolta e il riciclo degli apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE) è aumentata ovunque in Europa: la Commissione stima oltre 7 milioni di tonnellate raccolte nel 2025, contro poco più di 4 milioni nel 2018. Un passo importante per la transizione ecologica, ma non privo di effetti collaterali.

L’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR) avverte: trattare rifiuti “misti”, come vecchi televisori, computer o frigoriferi, può far uscire nell’ambiente residui di PBDE, che finiscono nei materiali riciclati o si disperdono nell’aria e nel terreno. “Il problema – ammette un tecnico di un impianto a Lione – è che ancora arrivano pezzi prodotti prima del divieto. Non sempre riusciamo a separarli tutti”.

Da qui nasce l’allarme degli scienziati: “Il rischio reale è che si creino cicli involontari di reimmissione sul mercato – spiega il rapporto BfR – sia attraverso microplastiche contaminate sia con materiali riutilizzati nei nuovi prodotti”.

Controlli sotto pressione

Le norme europee fissano soglie molto basse per i PBDE nei cibi e nei materiali a contatto con gli alimenti. Ma la stessa Commissione europea, nel documento “Chemicals Strategy for Sustainability”, ammette che tenere sotto controllo questi composti è complicato. Tra gennaio e luglio 2026 i controlli hanno trovato livelli anomali in campioni presi da impianti del Nord Italia e da filiere avicole francesi. Non c’è ancora emergenza sanitaria – confermano EFSA e autorità italiane – ma “occorre tenere alta la guardia soprattutto sul riciclo fuori controllo”, dice Paolo Ricci, dirigente sanitario ASL Lombardia.

Si apre anche il dibattito sulla trasparenza nelle filiere: diversi eurodeputati chiedono alla Commissione strumenti più efficaci per tracciare i flussi di PBDE nei mercati secondari, soprattutto tra aziende che esportano plastiche verso Asia o Africa.

L’esposizione umana resta una preoccupazione

Uno studio pubblicato ad agosto 2026 su Environmental Research Letters mostra come le concentrazioni più alte di PBDE siano ancora oggi nel latte materno delle grandi città del Centro Europa. Lo studio associa questa esposizione a potenziali problemi neurologici nei bambini piccoli: non esistono soglie sicure, spiegano gli autori, anche se i livelli rilevati sono inferiori ai picchi degli anni Duemila.

“Molte famiglie ci chiedono se è sicuro mangiare uova o latte locale”, racconta Chiara Bosio, pediatra a Parma. “Al momento non ci sono segnali di rischi gravi, però serve prudenza soprattutto per donne incinte e bimbi sotto i tre anni”.

La strada da percorrere: tracciabilità e prudenza

Fino all’arrivo di nuovi strumenti tecnologici per separare materiali puliti da quelli contaminati – sensori ottici e chimici sono allo studio al Politecnico di Milano –, vale la parola d’ordine della cautela. “Solo una tracciabilità completa dei flussi può davvero ridurre il rischio”, ripete l’europarlamentare belga Sophie Denis.

Nel frattempo la Commissione promette nuove linee guida entro dicembre 2026 per rafforzare i controlli e imporre sanzioni più dure alle aziende fuori legge. Un percorso “difficile ma necessario”, conclude Ricci. La sfida è chiudere quella porta attraverso cui una minaccia vietata anni fa rischia ora di tornare con le strategie pensate proprio per rendere l’economia più circolare.

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