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Home DeFi

Strategy e BitMine: miliardi persi in criptovalute ma continuano a comprare Bitcoin ed Ethereum

Cristina Manetti by Cristina Manetti
10 Febbraio 2026
in DeFi

Milano, 10 febbraio 2026 – Le grandi aziende e istituzioni che custodiscono Bitcoin ed Ethereum continuano, anche in queste settimane, a portare avanti una strategia di accumulo. Nonostante la volatilità dei mercati e le tensioni sul fronte regolatorio, queste “treasury” di criptovalute non sembrano fare un passo indietro. Tuttavia, come sottolineano alcuni esperti, i rischi restano concreti, con oscillazioni improvvise dei prezzi e possibili nuove strette normative.

Accumulo a pieno ritmo: cosa c’è dietro questa scelta

Negli ultimi giorni, secondo i dati di Glassnode e Chainalysis, le principali “treasury” di Bitcoin ed Ethereum — dai portafogli storici di MicroStrategy ai fondi istituzionali come Grayscale e Block.one — hanno aumentato le loro riserve. Non si tratta solo di investitori privati o hedge fund: anche diverse società quotate, soprattutto negli Stati Uniti e in Asia, hanno rinnovato il loro impegno a detenere grandi quantità di criptovalute. L’obiettivo? Diversificare la liquidità e puntare su possibili guadagni futuri degli asset digitali.

Michael Saylor, ceo di MicroStrategy, ha spiegato due giorni fa che “l’accumulo di Bitcoin resta una scelta strategica per proteggersi dall’inflazione e conservare valore nel lungo termine”. Oggi il gruppo detiene oltre 210mila BTC (dati aggiornati al 9 febbraio), per un controvalore che si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari, in base ai prezzi attuali.

Mercati in bilico: i rischi dietro la fiducia

Nonostante la fiducia dei grandi player, le difficoltà non mancano. Negli ultimi mesi abbiamo visto forti oscillazioni nei prezzi sia di Bitcoin sia di Ethereum. Tra gennaio e la prima settimana di febbraio, il prezzo del BTC è salito da circa 46.000 dollari a oltre 51.000, per poi tornare rapidamente intorno ai 48.000 in pochi giorni. Più accentuata la volatilità su ETH, che resta in bilico in attesa delle prossime novità tecniche (prima fra tutte l’aggiornamento “Prague-Electra”).

“Il mercato è molto influenzato dai dati macroeconomici degli Stati Uniti e dalle mosse della Fed”, spiega Antonio Simeone, analista di Eidoo Finance. “Le società con grandi quantità di criptovalute sono esposte a rischi diretti sulla liquidità: basta una correzione pesante per provocare perdite nei bilanci o dover ricorrere a coperture immediate”.

Pressione normativa: l’incognita regolamentare

Non si può ignorare l’aumento della pressione da parte delle autorità su questo settore. Nelle ultime settimane la SEC americana ha aperto nuove indagini su alcuni fondi crittografici, mentre la Commissione Europea ha ribadito che il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets) richiederà alle aziende maggiore trasparenza nella gestione delle proprie cripto-riserve.

Uno studio firmato CryptoCompare mostra che oltre il 75% delle principali “treasury” in Bitcoin ed Ethereum si trova oggi negli Stati Uniti e in Asia. In Europa invece molte aziende procedono con più cautela, frenate da regole più severe sull’origine dei fondi e sulla prevenzione del riciclaggio. “Il punto vero,” ammette Luca Boiardi (Crypto Gateway), “è che le norme cambiano da paese a paese: quello che oggi è permesso potrebbe diventare un problema domani”.

Accumulo oggi e prospettive domani

Nonostante questi segnali d’allarme, l’accumulo sembra non fermarsi. Gli operatori vedono nel possesso diretto degli asset digitali un investimento alternativo all’oro o ai titoli di Stato tradizionali — anche se più instabile. Il quadro rimane aperto: da una parte chi scommette su un futuro dove le criptovalute avranno un ruolo chiave nei bilanci aziendali; dall’altra chi teme che ondate di volatilità o nuovi paletti normativi possano mettere tutto in discussione.

I numeri confermano questa tendenza: secondo Messari, il totale delle riserve nelle principali “treasury” Bitcoin supera oggi gli 1,7 milioni di BTC (circa l’8% della circolazione globale), mentre Ethereum segue con una quota leggermente minore ma in costante crescita.

Per ora i grandi detentori sembrano decisi a mantenere la rotta. Ma restano due domande aperte: quanto potrà durare questa strategia? E quale sarà il prezzo reale — economico e normativo — da pagare?

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