Milano, 30 ottobre 2026 – Il cervello controlla il lato opposto del corpo, un fatto ormai assodato che i neurologi chiamano schema controlaterale. Ma come mai funziona così? Un gruppo di ricercatori dell’Università del Minnesota ha scavato nelle origini di questo meccanismo, svelando dettagli che spesso si danno per scontati.
Lo studio del Minnesota riscrive la mappa dei collegamenti cerebrali
Ieri su Nature Neuroscience è arrivata una nuova ricerca firmata da Paul D. Anderson e colleghi, che ha fatto luce sull’evoluzione delle connessioni tra cervello e corpo nei vertebrati. Analizzando tessuti cerebrali di umani e animali — dai topi ai pesci zebra fino ai polli — gli scienziati hanno seguito lo sviluppo della decussazione, cioè l’incrocio delle vie nervose tra cervello e midollo spinale, già nelle prime fasi dell’embriogenesi. Ed è proprio qui che è arrivata la sorpresa: “La configurazione controlaterale non è un caso, ma una soluzione evolutiva antichissima”, ha spiegato Anderson.
Secondo il team, questo schema esisterebbe da almeno 400 milioni di anni, fin dai primi pesci con colonna vertebrale. Non è quindi una novità recente o limitata ai mammiferi. “Anche negli agnati come le lamprede i nervi motori passano da un lato all’altro — il cervello ha imparato presto a ‘parlare’ incrociato con il corpo”, ha aggiunto Anderson.
Un incrocio necessario per coordinare i movimenti
Ma perché il cervello ha scelto questa strada? La risposta non sta solo nella struttura anatomica ma anche nel modo in cui funziona. “Negli animali con occhi laterali e movimento su entrambi i lati, l’incrocio aiuta a reagire più rapidamente agli stimoli visivi e tattili”, si legge nello studio. Insomma, se un oggetto appare sul lato sinistro del campo visivo, è l’emisfero destro a prenderne in carico l’elaborazione, preparando la mano sinistra a muoversi.
Nel tempo, questa organizzazione è rimasta praticamente intatta proprio perché funziona bene. “Interrompere il passaggio delle fibre nervose porta a movimenti più scoordinati o a ritardi nella risposta agli stimoli”, commenta la neuroscienziata Claudia Ferrini dell’Università Statale di Milano, che pur non avendo partecipato allo studio lo definisce “una pietra miliare per capire le basi neurologiche del movimento umano”.
Le implicazioni cliniche: dalla riabilitazione all’intelligenza artificiale
Il lavoro del Minnesota non si ferma alla teoria. Sapere come nascono e funzionano questi circuiti controlaterali può aiutare molto nella riabilitazione neurologica dopo ictus o traumi. “Conoscere esattamente quando e dove i nervi si incrociano ci dà una mappa per riparare le lesioni o per insegnare al paziente come recuperare funzioni perdute”, spiega Ferrini.
Ma c’è di più: questa conoscenza apre anche porte importanti nel campo delle protesi robotiche e delle interfacce neurali. Alcuni gruppi in Europa stanno già sviluppando bracci meccanici controllati direttamente dal pensiero, sfruttando le mappe cerebrali scoperte dal team americano. “Capire i percorsi nervosi è fondamentale per evitare errori nell’invio dei comandi e restituire movimento alle persone in modo naturale”, sottolinea il neuroingegnere svizzero Marc Lüscher.
Uno schema universale nei vertebrati
Insomma, lo schema controlaterale non è solo una curiosità da libri di testo ma un principio che vale per tutti i vertebrati. I dati del Minnesota confermano che l’incrocio delle vie motorie e sensoriali c’è in tutte le specie analizzate.
Alla domanda “perché il nostro cervello funziona così?”, Anderson ha risposto durante una presentazione online: “Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato; piuttosto, la pressione evolutiva verso un controllo efficiente e coordinato ha plasmato il sistema nervoso centrale”. E ha aggiunto: “Sapere che questa architettura esiste da centinaia di milioni di anni ci aiuta anche a capire meglio le anomalie rare o alcune condizioni cliniche complesse”.
Così, mentre in laboratorio continuano ad osservare le cellule nervose attraversare quella linea mediana invisibile, medici e scienziati raccolgono pezzi di un puzzle fondamentale: come il cervello costruisce ogni giorno la mappa dei nostri movimenti. Una storia che, sembra chiaro ormai, parte ben prima della nostra specie.