Tel Aviv, 25 ottobre 2026 – Il premier israeliano Benjamin Netanyahu sta valutando di puntare sulle criptovalute nel caso in cui nuove restrizioni bancarie internazionali rendessero più difficile per Israele accedere ai mercati finanziari mondiali. Una mossa che ha subito scatenato il dibattito interno e messo il premier in una posizione delicata, soprattutto rispetto alle autorità locali: la Banca centrale israeliana ha infatti preso subito posizione contraria, evidenziando i rischi e le incognite legate a questa strada.
Netanyahu ci pensa, la Banca centrale frena sul digitale
Fonti governative anonime raccontano che negli ultimi giorni Netanyahu avrebbe chiesto al suo staff di esplorare alternative da adottare se dovessero arrivare nuove sanzioni finanziarie o blocchi bancari. È un timore che gira con insistenza tra gli alleati del governo, soprattutto dopo le pressioni arrivate da alcune capitali europee e da Washington. Il punto è chiaro: trovare un modo per continuare a garantire pagamenti e flussi finanziari anche con eventuali restrizioni imposte dai circuiti bancari internazionali.
La scelta delle criptovalute – Bitcoin, Ethereum e simili – non è casuale. “Sono asset difficili da controllare dall’estero”, spiega un funzionario vicino al dossier. Ma la linea della Banca centrale israeliana è netta: “Un uso diffuso delle criptovalute, soprattutto a livello istituzionale, mette a rischio la stabilità economica e la trasparenza del sistema”, ha detto ieri sera in una nota la governatrice Karnit Flug.
Tensioni internazionali e mercati in bilico
A pesare sul confronto c’è la situazione geopolitica che si è fatta più tesa nelle ultime settimane. Israele teme infatti una possibile stretta sulle sue attività bancarie, dopo le pressioni di Nazioni Unite e Casa Bianca legate a certe operazioni militari nella regione. “Il rischio di finire fuori dal sistema SWIFT non va sottovalutato”, ha ammesso una fonte del ministero delle Finanze, riferendosi alla rete globale per le transazioni internazionali. Passare alle criptovalute potrebbe sembrare un segnale di isolamento, ma allo stesso tempo offrirebbe una valvola di sfogo temporanea in caso di emergenza.
Nei giorni scorsi il valore del Bitcoin ha mostrato una certa volatilità, legata proprio alle indiscrezioni da Tel Aviv. La Borsa locale ha aperto stamattina con una leggera perdita per i titoli bancari: Leumi ha perso lo 0,7%, Hapoalim lo 0,5% intorno alle 11. Nel frattempo il settore tech si è dimostrato più solido.
Regole incerte e dubbi sulla tracciabilità
L’ipotesi di introdurre le criptovalute negli affari pubblici apre diverse questioni anche sul piano normativo. Oggi la legge israeliana vieta praticamente agli enti pubblici di usare monete digitali, salvo casi molto limitati. Per cambiare rotta servirebbe l’ok della Knesset, con tempi tutt’altro che brevi. Inoltre resta alta la preoccupazione sulla tracciabilità delle operazioni: “Si rischia di creare circuiti opachi difficili da controllare contro riciclaggio e frodi”, spiega Daniel Luria, docente di Economia digitale all’Università Ebraica di Gerusalemme.
Anche gli esperti sono cauti. “Le criptovalute possono funzionare come soluzione temporanea ma non sostituiscono il sistema bancario tradizionale – chiarisce Luria – soprattutto quando si tratta di gestire risorse pubbliche o pagamenti internazionali importanti”.
Scontri interni e scenari futuri incerti
Lo scontro tra governo Netanyahu e Banca centrale israeliana riflette tensioni più ampie sul ruolo delle nuove tecnologie finanziarie nel contesto geopolitico attuale. Il portavoce dell’esecutivo ha smentito che siano già partiti test operativi concreti, ma non ha escluso “studi preliminari e analisi su possibili scenari”.
Nel frattempo nel Paese si moltiplicano le reazioni. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha definito “azzardato” affidarsi alle crypto per aggirare le sanzioni durante un’intervista alla radio pubblica Kan stamattina alle 8. I cittadini appaiono divisi: secondo un sondaggio su Haaretz il 46% degli israeliani teme l’uso pubblico delle monete digitali.
Il tema resta caldo: da un lato c’è la ricerca disperata di soluzioni innovative per gestire l’incertezza; dall’altro la paura che l’apertura alle criptovalute possa portare Israele su un terreno minato fatto di rischi e isolamento internazionale. Mentre Tel Aviv guarda avanti, il dilemma resta aperto.