Instagram e IA: guida completa per proteggere i tuoi dati e foto dall’uso non autorizzato

Salvatore Broggi

30 Agosto 2026

Milano, 30 agosto 2026 – Instagram si serve dei dati raccolti durante la navigazione degli utenti e dalle interazioni con le aziende per personalizzare annunci e contenuti che compaiono ogni giorno sulla piattaforma. Questa pratica riguarda milioni di persone, non solo in Italia ma ovunque il social sia diffuso, e solleva dubbi su privacy e trasparenza nel mondo digitale. Ci sono però alcuni strumenti pensati per limitare – almeno in parte – questa profilazione: l’azienda li cita nei suoi termini d’uso, anche se molti utenti ignorano come funzionano davvero.

Come Instagram raccoglie e usa i dati

La personalizzazione degli annunci su Instagram – che in Italia conta oltre 38 milioni di utenti attivi secondo l’ultima rilevazione Audiweb – si basa su un monitoraggio costante delle abitudini online. Non basta seguire i “like” sotto una foto: l’algoritmo tiene traccia degli spostamenti tra app collegate, dei siti visitati via browser, delle ricerche fatte e perfino delle interazioni con i messaggi sponsorizzati. E tutto questo avviene spesso in modo automatico. “Il nostro obiettivo è mostrare annunci quanto più rilevanti possibile”, ha detto tempo fa un portavoce di Meta, la società madre.

Non sono solo i dati forniti dall’utente a essere usati. Anche le informazioni raccolte da aziende partner – tramite pixel e altri strumenti di tracciamento – vengono mescolate per costruire un profilo dettagliato. Così, se qualcuno visita il sito di un marchio sportivo e poi apre Instagram, può vedere offerte mirate di quella stessa azienda o di concorrenti simili. Un meccanismo che coinvolge pubblicitari, negozi online e piattaforme di analisi.

Quali dati vengono davvero utilizzati

Secondo quanto spiega Instagram nella pagina “Gestione dei dati”, si usano informazioni come la posizione geografica, il tipo di dispositivo utilizzato, gli interessi dedotti dal comportamento online e – più raramente – dati sensibili raccolti in forma anonima. Questo permette una personalizzazione quasi su misura: dalle promozioni di eventi in città specifiche alle campagne rivolte a chi ha cercato certi prodotti nelle ultime ore.

Le aziende partner passano a Instagram i dati presi dai loro siti e app: si chiama “condivisione off-platform”. Come osserva il Centro Studi Privacy Digitale di Bologna, “le informazioni circolano tra aziende grazie a tecnologie invisibili alla maggior parte delle persone”. Solo così si capisce perché una ricerca su un negozio online si trasformi poche ore dopo in un annuncio personalizzato sulla home del social.

Gli strumenti per limitare la profilazione

Pochi sanno che ci sono opzioni per controllare – almeno in parte – l’uso dei propri dati su Instagram. Dall’app basta aprire Impostazioni, scegliere “Annunci” e trovare varie opzioni. Tra queste spicca la possibilità di vedere le categorie di interesse attribuite al proprio profilo e togliere quelle meno adatte.

Si può anche disattivare l’uso delle attività da parte di aziende esterne: così alcune informazioni, come i siti visitati fuori dall’app, non saranno più usate per suggerire annunci personalizzati. Però, come sottolineano gli esperti dell’Autorità Garante Privacy italiana, “questa scelta riduce ma non cancella del tutto la raccolta dati: resta comunque attivo il monitoraggio all’interno della piattaforma”.

Cosa dice la legge e quali rischi ci sono

La questione della privacy è centrale. Il Regolamento europeo (GDPR), ormai da anni in vigore, impone alle piattaforme di spiegare chiaramente come trattano i dati e offre agli utenti la possibilità di dire no all’uso pubblicitario delle proprie informazioni. Per l’avvocato Marta Cattaneo, esperta milanese in diritto digitale, “la profilazione non è vietata di per sé, purché ci sia un consenso informato e la possibilità di revocarlo quando si vuole”.

Eppure tra notifiche poco chiare e menu complicati molti finiscono per accettare senza leggere davvero. Secondo un sondaggio Doxa del giugno scorso, oltre il 70% degli italiani “non sa dove trovare le impostazioni sulla privacy né come modificarle”. Ne nasce un paradosso: cresce la personalizzazione ma resta bassa la consapevolezza.

Conclusioni: serve più consapevolezza

Instagram continuerà a usare i dati raccolti dentro e fuori dalla sua piattaforma per proporre pubblicità e contenuti su misura. Gli strumenti per limitare questa pratica ci sono, anche se non sono del tutto efficaci. Sta agli utenti prestare maggiore attenzione tra impostazioni, informative e consensi per decidere fino a che punto lasciare che un algoritmo conosca le proprie abitudini digitali. Sullo sfondo resta la necessità di più trasparenza: solo con regole semplici e accessibili si può davvero parlare di scelta consapevole.

Change privacy settings
×