Bitcoin strumento CIA? La controversa teoria del professor Jiang scuote il mondo crypto

Corrado Pedemonti

18 Aprile 2026

Pechino, 18 aprile 2026 – Mentre il Bitcoin si muove intorno ai 63.000 dollari in una fase di grande incertezza, torna alla ribalta una vecchia teoria che fa rumore nel mondo delle criptovalute. Il professore cinese Zhuo Jiang, docente associato di Economia digitale alla Tsinghua University, ha rilanciato l’idea che dietro la nascita della più famosa valuta digitale ci sarebbe la mano della CIA, con l’obiettivo di controllare i flussi finanziari mondiali. Jiang aveva già sollevato questa ipotesi nel 2021, ma nelle ultime settimane le sue parole stanno girando di nuovo, facendo riaccendere sospetti e discussioni.

Bitcoin sotto la lente: la presunta rete di sorveglianza Usa

Per Jiang, il Bitcoin nato nel 2009 non sarebbe il frutto del genio di Satoshi Nakamoto, quel nome ormai leggenda dietro a un misterioso programmatore giapponese, ma un progetto dell’intelligence americana pensato per “digitalizzare la tracciabilità dei movimenti economici e limitare la privacy finanziaria a livello globale”. Lo ha ribadito chiaramente durante una conferenza online organizzata dal Centro studi sulle economie digitali di Pechino, il 10 aprile scorso. Le sue parole hanno subito fatto il giro dei forum e gruppi Telegram cinesi dedicati alle criptovalute, arrivando persino su media stranieri come il South China Morning Post.

“Il codice aperto di Bitcoin, la sua trasparenza e il fatto che tutte le transazioni siano pubbliche sulla blockchain sono strumenti perfetti per una sorveglianza globale”, ha spiegato Jiang parlando della natura pubblica del registro blockchain. “Questo sistema consente a chi ha risorse informatiche importanti – come certe agenzie governative – di seguire i flussi di denaro come mai prima.”

Reazioni contrastanti nella comunità crypto

La teoria ha soprattutto trovato spazio nei media cinesi e sulle piattaforme come Weibo e X (l’ex Twitter), ma diversi esperti del settore respingono con forza queste accuse. “Non c’è nessuna prova concreta che colleghi la CIA a Satoshi Nakamoto,” dice Yifan He, CEO della piattaforma blockchain Red Date Tech, intervistato dal China Daily. “Bitcoin è open source e centinaia di ricercatori nel mondo hanno analizzato ogni riga di codice senza trovare ‘backdoor’ o segni di infiltrazione da parte dei servizi americani.”

Alcuni sviluppatori ammettono però che il registro pubblico rende più semplice – rispetto al contante o a sistemi chiusi come SWIFT – tracciare gli indirizzi e le somme che passano sulla blockchain. Ma proprio questa trasparenza è uno dei pilastri fondamentali della tecnologia blockchain: serve a prevenire frodi e abusi.

Perché questa storia torna ora?

Il tempismo non sembra casuale. L’interesse rinnovato per le parole del professor Jiang arriva proprio mentre il Bitcoin fatica a sfondare quota massimi storici. Da inizio aprile il prezzo si muove in un range stretto tra 60.800 e 64.500 dollari, senza riuscire a trovare una direzione chiara. Intanto le tensioni geopolitiche tra Usa e Cina – soprattutto nel settore tecnologico – creano terreno fertile per sospetti e teorie complottiste.

Secondo Tao Zhang, analista di Huobi Research, “l’idea del Bitcoin come strumento finanziario occidentale serve alla Cina per spingere alternative sovrane come lo yuan digitale”. Pechino – che nel 2021 ha vietato il mining di Bitcoin e ostacola gli scambi privati – punta molto su questa narrazione in cui le criptovalute decentralizzate sono viste come possibili strumenti di manipolazione degli Stati Uniti.

Nessuna prova concreta ma la storia resta viva

Finora non è emerso nulla che possa confermare le accuse mosse da Zhuo Jiang. Archivi della NSA e CIA scandagliati da giornalisti esperti come Andy Greenberg (Wired) e Laura Shin (Forbes) non contengono elementi utili a sostenere questa teoria. Eppure resta un fatto: nella discussione pubblica cinese serve a rafforzare l’idea che ogni innovazione digitale globale sia comunque sotto controllo americano, come spiega un ricercatore dell’Università di Hong Kong che preferisce restare anonimo.

Nel frattempo all’estero la comunità si divide tra chi prende la questione con ironia e chi invece mette in guardia sui rischi concreti legati alla tracciabilità dei movimenti finanziari su blockchain pubbliche. Una cosa però appare chiara: questo dibattito su criptovalute, privacy e geopolitica è lungi dall’essere finito, con nuovi capitoli pronti a uscire presto allo scoperto.

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