Bangkok, 3 settembre 2026 – Due imprenditori thailandesi sono finiti al centro di una vicenda che rischia di riaccendere il dibattito tra innovazione finanziaria e regole. Hanno infatti sporto una denuncia formale contro Tether, accusandola di un “congelamento improprio” dei loro fondi digitali. L’episodio, avvenuto nelle scorse settimane, mette nuovamente in discussione il ruolo degli emittenti di stablecoin e il controllo diretto sugli asset degli utenti, con possibili ripercussioni sulla libertà economica.
Il caso Tether e i rischi di centralizzazione
Secondo quanto riferiscono gli avvocati dei due imprenditori – Somchai Virayuth e Napat Boonmee, noti nel settore immobiliare a Phuket – il congelamento dei token sarebbe avvenuto “senza alcun preavviso né provvedimenti giudiziari nei loro confronti”. Tutto è emerso lo scorso 21 agosto, quando i due si sono accorti che non riuscivano più a trasferire oltre 3 milioni di USDT dai propri wallet.
L’avvocato Kittisak Suwannarat, che li assiste, ha sottolineato come “questa situazione mostra quanto sia facile per chi emette una stablecoin bloccare l’operatività di singoli utenti, da solo o su richiesta”. Per i ricorrenti, questo potere mette in dubbio l’affidabilità delle criptovalute stabili come strumenti sicuri per scambiare valore o conservarlo nel tempo.
Cosa dice Tether: sicurezza o abuso?
Tether Holdings Ltd, con sede legale alle Isole Vergini Britanniche e operativa a Hong Kong, ha risposto tramite una nota inviata al Bangkok Post: “Il blocco di certi wallet è stato fatto nel rispetto delle norme anti-riciclaggio internazionali e in collaborazione con le autorità investigative”. La società precisa che “ogni intervento segue protocolli rigorosi, spesso su indicazione degli organi competenti o dopo richieste formali”.
L’avvocato Suwannarat non ha tardato a replicare: “Non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale né dalle autorità thailandesi né da quelle internazionali. I miei assistiti non risultano indagati. Chiediamo trasparenza”.
Ad oggi il congelamento dei fondi è ancora in vigore. Non sono state fornite spiegazioni pubbliche sulle ragioni tecniche o sulle autorità che avrebbero chiesto il blocco. Un dettaglio non da poco: molte stablecoin si presentano come strumenti neutrali e sicuri, ma episodi simili rischiano di alimentare sospetti soprattutto nei mercati emergenti, dove le garanzie legali spesso lasciano a desiderare.
Gli effetti sul mercato e le reazioni
Dopo la notizia, sui forum thailandesi dedicati alle criptovalute sono spuntati dubbi sull’affidabilità delle stablecoin centralizzate. Un utente del gruppo Telegram “Bangkok Crypto” ha commentato: “Se domani una società può bloccare i miei fondi senza spiegazioni, qual è la differenza con una banca?”. Gli addetti ai lavori invece si mostrano più cauti: Thanapol Siriwat di Chainlight osserva che “la vicenda evidenzia i limiti attuali di certi asset digitali. Serve una regolamentazione internazionale chiara che protegga sia gli utenti sia la legalità”.
Va ricordato che anche negli Stati Uniti e in Europa Tether è stata sotto esame: alcune autorità avevano già chiesto il blocco di wallet sospetti. Ma casi come questo mettono in luce un problema cruciale: come garantire agli utenti estranei a indagini un’effettiva tutela?
Il nodo regolamentare: tra privacy e trasparenza
La vicenda riporta al centro il tema della centralizzazione nel mondo cripto. Un’analisi recente sul Journal of Digital Finance mostra che il 72% delle principali stablecoin permette ai gestori di intervenire direttamente sui wallet degli utenti in caso di indagini o sospetti gravi. Ma resta aperto il dubbio fondamentale: chi controlla chi controlla? È uno dei grandi interrogativi del settore oggi, diviso tra esigenze di trasparenza e tutela della privacy.
Intanto i due imprenditori hanno annunciato un ricorso al Tribunale civile di Bangkok. “Non vogliamo che altri si trovino nella nostra stessa situazione”, ha detto Napat Boonmee. Una storia ancora aperta che conferma come l’equilibrio tra libertà finanziaria, sicurezza e controllo sia tutt’altro che definito.