Copenaghen, 3 luglio 2026 – A 80 chilometri dalla costa danese, nel cuore del Mare del Nord, sta nascendo un progetto destinato a cambiare il volto dell’energia in Europa: un atollo artificiale da 30 miliardi di euro pensato per fornire elettricità a 10 milioni di case. È la cosiddetta “Energy Island”, un’isola energetica che il governo danese e un gruppo di aziende inseguono da anni, tra dubbi e grandi aspettative.
Un’isola che punta sulle rinnovabili
L’idea è partita nel 2020, dentro la strategia della Danimarca per la transizione verde. La premier Mette Frederiksen l’ha spesso citata nei momenti chiave della legislatura. Si tratta di una struttura galleggiante lunga oltre due chilometri, circondata da centinaia di turbine eoliche offshore. «Non è solo un atollo, ma una piattaforma dove si installeranno impianti, depositi e connessioni con varie reti elettriche europee», ha spiegato Lars Aagaard, ministro dell’Energia, ai microfoni della DR. L’obiettivo è trasformare la Danimarca in un hub energetico capace di esportare energia pulita verso Germania, Paesi Bassi e Belgio. Solo così – ha ribadito Aagaard – l’Europa potrà davvero parlare di svolta sulle rinnovabili.
Investimenti e tecnologia senza paragoni
L’atollo, chiamato “Vindø”, richiede un investimento vicino ai 30 miliardi di euro, diviso tra fondi pubblici e colossi privati come Ørsted e Vattenfall. Il cuore del progetto è un sistema modulare: blocchi prefabbricati in cemento e acciaio che verranno assemblati direttamente in mare, con una superficie complessiva di 120 mila metri quadri. La prima fase – guidata dall’ingegner Henrik Poulsen – prevede il varo delle strutture base entro il 2028, ma i lavori sulle fondazioni cominceranno già l’anno prossimo.
La vera svolta però sta nella potenza: a pieno regime i parchi eolici collegati potranno produrre 10 GW, cioè l’energia necessaria a circa 10 milioni di famiglie. Una cifra che secondo l’Agenzia internazionale dell’energia quasi raddoppia il consumo annuo attuale della Danimarca.
Un nodo chiave per la rete europea
Non si parla solo di esportare energia. L’“Energy Island” sarà anche un punto centrale per accumulare e distribuire energia dove serve in Europa. Attraverso cavi sottomarini all’avanguardia l’elettricità raggiungerà città come Amburgo, Amsterdam e Bruxelles entro il 2030-2032. Rimangono però dubbi sulle tempistiche: tecnici coinvolti nel progetto ammettono possibili ritardi dovuti a difficoltà logistiche e al meteo spesso inclemente nell’area Dogger Bank.
Per Mads Nipper, amministratore delegato di Ørsted, «la sfida più grande non è costruire l’isola ma sincronizzare la produzione con i picchi di domanda nei diversi Paesi». Per questo la Danimarca sta trattando accordi con i gestori delle reti tedesche e olandesi; negoziati che da mesi proseguono a porte chiuse tra Bruxelles e Copenaghen.
Ambiente e lavoro: paure ma anche chance
Gli ambientalisti seguono il progetto con attenzione mista a prudenza. Greenpeace Danimarca chiede controlli rigorosi sulla fauna marina intorno all’atollo e un dialogo costante con le comunità dei pescatori locali. Le prime osservazioni, riportate dalla biologa Ellen Krogh a TV2 Nyheder, dicono che «le rotte migratorie dei pesci potrebbero subire deviazioni ma non ci sono evidenze di danni irreparabili». Intanto, “Energy Island” promette oltre 12 mila posti di lavoro diretti, tra cantieri e gestione degli impianti — una boccata d’ossigeno per porti come Esbjerg e Skagen.
Una scommessa sul futuro dell’energia
Per la Danimarca questa piattaforma rappresenta un pezzo importante del suo rilancio internazionale nelle rinnovabili. Negli ultimi tempi sono arrivate richieste d’informazioni anche da Norvegia e Gran Bretagna. Non è poco: l’ambizione danese è creare una catena di isole energetiche nel Mare del Nord capaci di portare la capacità totale fino a 30 GW nei prossimi vent’anni. Un obiettivo ambizioso che potrebbe segnare davvero una svolta per il sistema elettrico europeo.
La strada è ancora lunga — lo riconoscono anche a Copenaghen — ma nell’estate del 2026 quell’isola artificiale distante 80 chilometri dalle coste danesi non è più solo un sogno ingegneristico: per tanti — scettici o no — è già diventata un punto fermo del futuro energetico europeo.
