Milano, 15 ottobre 2026 – Da anni, in molti si chiedono se gli smartphone stiano davvero ascoltando le nostre conversazioni di nascosto per poi proporci pubblicità su misura. Negli ultimi giorni, la questione è tornata sotto i riflettori grazie a una serie di video virali sui social, dove utenti raccontano di aver parlato di un prodotto e, poco dopo, trovato annunci proprio su quel tema. Ma per gli esperti di privacy e sicurezza digitale, non c’è alcuna prova concreta che i telefoni usino il microfono senza permesso. Al contrario: le strategie di profilazione pubblicitaria si basano su dati molto più complessi e articolati.
Smartphone e privacy: il sospetto che non va via
Negli ultimi mesi, il tema ha ripreso forza in forum e chat soprattutto per la quantità crescente di pubblicità personalizzata che si vede ovunque. “Ho parlato con un’amica di scarpe da ginnastica, e subito dopo ho trovato annunci su Instagram”, racconta Sara M., 34 anni, da Milano. Non è un caso isolato: uno studio recente dell’Università di Bologna rivela che quasi il 65% degli italiani teme che lo smartphone possa ascoltare senza consenso. Ma Riccardo Bianchi, docente di cybersecurity all’Università degli Studi di Milano, è netto: “Non c’è mai stata una prova forense che dimostri un ascolto continuo e non autorizzato sui principali sistemi operativi”.
Dietro la pubblicità mirata c’è un grande lavoro sui dati
Le pubblicità che compaiono sugli smartphone – spiegano da Google e Meta – sono frutto della raccolta e dell’analisi incrociata di tantissime informazioni. Si parla di dati sulla posizione, ricerche fatte online, siti visitati, app usate e acquisti fatti. “Mescolando questi elementi si costruisce un profilo digitale molto dettagliato”, dice Giulia Pavan, esperta in protezione dei dati personali. Così capita che chi prenota un viaggio per Barcellona inizi a vedere offerte su voli o alberghi proprio per quella città. “Spesso sembra quasi che il telefono ci stia spiando — aggiunge Pavan — ma in realtà sono algoritmi che mettono insieme i pezzi del puzzle”.
Nessuno ha mai beccato uno smartphone ad ascoltare segretamente
Tutte le grandi aziende – da Apple a Samsung – negano con fermezza l’uso del microfono a fini pubblicitari senza consenso. I sistemi operativi chiedono sempre il permesso per accedere al microfono; usarlo sempre consumerebbe subito la batteria e la rete dati, rendendo evidente ogni tentativo di ascolto continuo. L’ultimo report di Privacy International, basato su oltre 200 dispositivi tra Europa e Stati Uniti, non ha trovato tracce di flussi audio sospetti inviati ai server senza comandi specifici come “Hey Siri” o “Ok Google”.
Coincidenze? No, dati incrociati
Nonostante tutto ciò, resta il dubbio: come fanno a essere così precise certe pubblicità? La spiegazione sta nei cosiddetti dati incrociati. Basta che due persone siano nella stessa stanza o abbiano interagito online — magari tramite social o email — perché i loro profili vengano collegati dagli algoritmi. Se uno cerca informazioni su un prodotto, l’altro può ricevere annunci simili solo perché sono “vicini” digitalmente. E questo effetto diventa ancora più forte vista la mole enorme di dati raccolti: orari, spostamenti, gusti musicali… “A volte sembra magia nera”, scherza Matteo R., consulente IT.
Le regole ci sono: serve però attenzione dagli utenti
Il famoso GDPR europeo mette paletti severi sulla raccolta e uso dei dati personali. Ogni accesso al microfono deve essere chiaro e autorizzato; chi ha dubbi può togliere i permessi dalle impostazioni o navigare in modalità privata. “La trasparenza è la migliore difesa”, ricorda l’avvocato Claudia Ferrero specializzata in diritto digitale: “È importante controllare quali app possono usare il microfono”. Però la vera sfida resta culturale: “Capire come funzionano questi meccanismi aiuta a non farsi prendere dal panico”.
Tecnologia e istituzioni: avanti con la privacy
Le aziende tech stanno investendo in strumenti più chiari per gestire la privacy — dashboard semplici da usare, notifiche chiare sulle autorizzazioni e report sulle attività delle app. Anche le autorità restano all’erta: il Garante per la privacy italiano continua a sottolineare l’importanza del consenso informato e della formazione digitale della popolazione. Solo così si potrà forse mettere la parola fine al mito degli smartphone-spia.
In conclusione: non c’è nessuna prova tecnica che i cellulari ascoltino gli utenti all’insaputa loro. La pubblicità mirata nasce invece dall’enorme mole — spesso poco trasparente — dei dati raccolti durante l’uso quotidiano del telefono.