Riserva di valore nel XXI secolo: confronto tra dollaro, oro, bitcoin e materie prime

Cristina Manetti

4 Gennaio 2026

Milano, 4 gennaio 2026 – Tra tassi d’interesse che non si fermano mai, guerre commerciali che tornano a far parlare e un’inflazione che è riapparsa dopo anni di quiete, la domanda su cosa sia oggi una vera riserva di valore torna a farsi sentire forte tra risparmiatori e investitori. Dall’oro al dollaro statunitense, passando per i più recenti bitcoin e la storica solidità delle materie prime, il XXI secolo mette alla prova vecchie certezze e nuove scommesse finanziarie.

L’oro e il dollaro, due colonne a confronto

Il lingotto – quelle 400 once troy, lucide e semplici – continua a ispirare fiducia quasi istintiva. Un tempo bastava nominare “oro” per evocare protezione dall’inflazione e stabilità in tempi difficili. Oggi però la situazione è più complicata. Negli ultimi cinque anni il prezzo dell’oro ha fatto su e giù con decisione: dopo aver superato i 2.400 dollari l’oncia nel 2023, nel 2025 ha vissuto mesi altalenanti, con cali e riprese legati agli scossoni geopolitici. Secondo il World Gold Council, il metallo giallo rappresenta ancora circa il 17% delle riserve valutarie detenute dalle banche centrali nel mondo.

Il dollaro USA, invece, resta la valuta guida a livello globale: più del 60% delle riserve valutarie mondiali – dati del Fondo Monetario Internazionale alla mano – sono in dollari. Ma anche qui qualcosa sta cambiando, soprattutto in Asia e Sudamerica. “La diversificazione valutaria non è più una scelta ma una necessità per molti Paesi”, ha detto recentemente Kristalina Georgieva, direttrice del FMI. L’inflazione interna americana (oltre il 4% alla fine del 2025), i segnali di rallentamento della crescita economica e un debito pubblico che ha superato i 34 trilioni di dollari iniziano a minare l’aura di invincibilità del biglietto verde.

Bitcoin: rivoluzione o rischio?

Dieci anni fa sarebbe stato quasi impensabile considerare i bitcoin come una “riserva di valore”. Oggi invece le cose sono diverse. In Italia, secondo la Consob, circa 2 milioni di persone possiedono criptovalute; nel mondo si stimano oltre 350 milioni di portafogli attivi. Ma il prezzo del bitcoin resta molto ballerino: tra marzo e ottobre 2025 è passato da circa 48mila a oltre 65mila dollari per poi crollare bruscamente in novembre dopo una stretta della SEC americana.

Chi li sostiene li chiama “oro digitale”, immune alle politiche delle banche centrali. Riccardo Sabatini, analista finanziario indipendente, spiega che “il bitcoin offre una protezione teorica contro l’inflazione, ma è molto più volatile rispetto agli asset tradizionali”. Il dibattito resta aperto: la blockchain garantisce trasparenza e sicurezza nelle transazioni, ma senza regole chiare tutto resta esposto a oscillazioni improvvise.

Materie prime: energia e agricoltura sotto i riflettori

Non solo oro o criptovalute: le materie prime come petrolio, gas naturale, cereali o metalli come rame e litio tornano al centro dell’attenzione come strumenti per difendere il valore. Il conflitto tra Russia e Ucraina ha mostrato quanto possano cambiare i prezzi da un giorno all’altro: il gas naturale europeo ha raggiunto nuovi picchi nella primavera del 2025, pesando sulle bollette e sulla competitività delle imprese. I futures sul petrolio Brent sono rimasti intorno agli 83 dollari al barile negli ultimi mesi ma le previsioni restano incerte. S&P Global Platts avverte che “la volatilità legata a tensioni geopolitiche non mollerà nel prossimo biennio”.

Nel comparto agricolo la situazione non è diversa: raccolti sempre più difficili a causa dei cambiamenti climatici stanno facendo salire i prezzi di grano e mais, trasformandoli in un’opzione interessante per chi teme svalutazioni monetarie.

Diversificare o puntare su uno strumento? La scelta degli investitori

In questo quadro così frammentato non esiste più una sola risposta valida quando si parla di riserva di valore. Gli investitori istituzionali preferiscono giocare sulla sicurezza della diversificazione, mescolando oro fisico, asset in dollari e quote sempre maggiori di materie prime (con qualche investimento marginale in criptovalute). I risparmiatori comuni oscillano tra la prudenza dei BOT italiani – tornati a offrire rendimenti sopra il 3% – e l’attrazione verso nuovi strumenti digitali.

Nel report annuale di JP Morgan uscito a dicembre 2025 si legge che “la percezione della sicurezza sta cambiando: con mercati così instabili serve pensare meglio a cosa significa davvero mantenere il potere d’acquisto nel tempo”. E c’è anche chi sceglie strade tradizionali: in alcune province del Nord Italia – Bergamo, Trento – molte famiglie hanno ripreso ad acquistare piccoli lingotti o monete antiche da collezione per mettere al sicuro i propri risparmi.

La domanda resta aperta: quale sia oggi la riserva di valore migliore dipende dalle scelte personali e da un mondo in continua evoluzione. Solo il tempo ci dirà se l’oro, il dollaro o le nuove tecnologie saranno state scelte azzeccate oppure no.

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