Milano, 7 aprile 2026 – Quando si piange, si tende a pensare che subito dopo arrivi quel senso di sollievo che tutti conosciamo. In realtà, uno studio uscito sulla rivista Emotion racconta una storia diversa: il benessere dopo le lacrime non è affatto una cosa automatica o immediata.
Pianto e benessere emotivo: la ricerca smonta i luoghi comuni
A guardare da vicino questo fenomeno ci ha pensato un gruppo di psicologi dell’Università di Tilburg, guidati da Asmir Gračanin. Hanno coinvolto circa 200 volontari adulti, mostrando loro scene di film capaci di suscitare forti emozioni. Il loro umore è stato monitorato prima e dopo il pianto, per capire come cambia nel breve e medio periodo.
I risultati – pubblicati a marzo 2026 – hanno sorpreso persino gli autori dello studio. «Subito dopo aver pianto, non si registra un miglioramento dell’umore», ha detto Gračanin durante la conferenza stampa dall’Olanda. Solo dopo 20-30 minuti si comincia a percepire una leggera sensazione di benessere, ma non succede sempre.
Tempistiche: tra lacrime e sollievo passa del tempo
Uno dei punti più interessanti è proprio il tempo che passa tra il pianto e il senso di sollievo. Durante l’esperimento, i partecipanti hanno valutato più volte come si sentivano: nessuno si diceva meglio appena finito di piangere. Il sollievo – parola chiave usata dagli psicologi – arrivava più tardi, e solo in alcuni casi.
Anzi, chi aveva appena versato lacrime sembrava più scosso rispetto a chi era rimasto impassibile davanti alle stesse scene. «Il primo impatto emotivo spesso lascia la persona stanca o svuotata», spiegano i ricercatori. Solo più tardi subentra una calma, ma non sempre.
Perché si piange? Le funzioni delle lacrime
Lo studio ha affrontato anche il motivo per cui si piange. Le lacrime emotive non sono solo un modo per sfogarsi: rispondono a uno stress psicologico intenso e hanno anche una funzione sociale importante. Come sottolinea lo psicologo Marco Pagani del CNR, «piangere serve anche a mostrare vulnerabilità agli altri e a ottenere empatia o aiuto».
Ma attenzione: il legame diretto tra pianto e benessere personale non è così scontato. Gračanin avverte: «L’idea che “piangere fa bene” va rivista perché dipende dal contesto, dalla presenza di qualcuno vicino e dalla personalità».
Reazioni soggettive: chi trae davvero beneficio dal pianto
I dati mostrano che non tutti ricavano lo stesso beneficio dal pianto. Chi riceve conforto o ascolto da parte degli altri tende a sentirsi meglio più in fretta. Chi resta solo spesso continua a sentirsi giù anche dopo qualche minuto.
Sono state prese in considerazione diverse variabili: sesso, età e storia personale dei partecipanti. Donne e giovani adulti ammettono più facilmente un miglioramento nel tempo; per uomini e persone più mature le differenze sono meno nette.
Le implicazioni: ripensare il luogo comune sul pianto
Alla fine la ricerca ci invita a rivedere un luogo comune molto radicato nel nostro modo di parlare. Piangere non garantisce un beneficio immediato per tutti: ci vuole tempo, forse anche la vicinanza di qualcuno.
Pagani spiega bene: «Quell’idea che “dopo una bella pianta ci si sente meglio” è vera solo in certi casi e soprattutto se c’è qualcuno disposto ad ascoltare».
Dal lavoro dell’Università di Tilburg arriva quindi un messaggio realistico, lontano dalle semplificazioni facili. La prossima volta che sentite un nodo alla gola forse vale la pena prendersi una pausa e—se possibile—cercare compagnia. Perché il sollievo c’è, ma raramente arriva subito e non è uguale per tutti.
