Roma, 29 ottobre 2026 – Il giorno dopo l’ok del Consiglio dei ministri alla manovra economica 2027, tornano i riflettori puntati sulla Legge di bilancio e, in particolare, sulle norme che riguardano il mondo delle criptovalute. Al centro del dibattito c’è di nuovo l’aliquota del 33% sulle plusvalenze da vendita di asset digitali: introdotta con la legge finanziaria del 2023 e confermata negli anni a seguire, ora torna a far discutere parlamentari e addetti ai lavori. Tutti si chiedono: c’è margine per rivederla?
Pressioni e richieste dal settore crypto
La questione è tornata prepotentemente in primo piano già stamattina, quando la presidente della Commissione Finanze della Camera, Maria Rosaria Rossi (FI), ha ricordato che “il settore crypto ha avuto un primo inquadramento normativo, ma resta aperto il tema della competitività fiscale”. Rappresentanti di associazioni come AssoCrypto Italia e CryptoLab hanno chiesto a gran voce una revisione della tassazione sulle criptovalute. Nel corso di un incontro riservato in Via XX Settembre alle 10:30 è stata avanzata la richiesta di abbassare l’aliquota almeno al 26%, cioè quella già prevista per i redditi da capitali finanziari ordinari. Il governo però mantiene un atteggiamento prudente: fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che, almeno nella prima versione della manovra, non sono previsti interventi sostanziali.
Ragioni della discussione
Perché se ne parla proprio adesso? Da un lato pesa il confronto con altri Paesi europei: Francia e Germania hanno scelto una fiscalità più leggera – in certi casi la tassazione scende sotto il 25% – mentre l’Italia tiene una linea più dura. “I nostri giovani imprenditori e startupper vanno all’estero per aprire wallet e aziende nel campo crypto”, ha osservato ieri sera Gianni Di Nicola, portavoce M5S in Commissione Attività Produttive. Dall’altro lato ci sono i piccoli risparmiatori italiani, che si vedono erodere i guadagni a causa dell’alta aliquota sulle plusvalenze.
Le motivazioni del Governo
Intervistato da alanews.it, il sottosegretario all’Economia Federico Ferri ha spiegato che “la scelta del 33% nasce dall’idea di uniformare la tassazione degli investimenti digitali a quella dei capital gain tradizionali”. Ma non esclude del tutto cambiamenti: “Siamo pronti a valutare proposte migliorative – ha detto –, purché non mettano a rischio i conti pubblici”. Il problema principale resta quello delle coperture: secondo le ultime stime del Ministero dell’Economia, la tassa sulle crypto potrebbe fruttare fino a 400 milioni di euro nel 2027.
I possibili scenari parlamentari
Nonostante le resistenze iniziali dell’esecutivo, alcuni emendamenti stanno già prendendo forma nelle file dell’opposizione e anche dentro la maggioranza non mancano dubbi. “Un taglio al 26% sarebbe più giusto e allineato al resto d’Europa”, ha detto ieri mattina Luca Ruggeri (Pd) in conferenza stampa a Montecitorio. La partita entrerà nel vivo dalla prossima settimana, quando il testo della manovra arriverà alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Solo allora si capirà se ci sarà margine per modificare la norma sulle plusvalenze crypto o se tutto resterà com’è.
Impatto su investitori e mercato
Mentre a Roma si muovono trattative e pressioni, sul mercato degli asset digitali si respira attesa. I piccoli investitori temono che un carico fiscale troppo pesante possa frenare il trading; le piattaforme internazionali guardano con interesse eventuali aperture legislative italiane. “Il rischio – ci confida un consulente finanziario che preferisce restare anonimo – è che una tassazione troppo alta spinga le operazioni fuori dai canali ufficiali”. Un allarme già segnalato dalla Consob in un recente rapporto sugli investimenti digitali degli italiani.
Prossimi passi
Nei prossimi giorni si deciderà molto: tra incontri ufficiali al Ministero dell’Economia e pressioni pubbliche dalle associazioni di settore sarà chiaro se l’Italia sceglierà di allinearsi agli altri Paesi europei o manterrà una posizione più cauta. Intanto telefonate e confronti tra parlamentari e operatori non si fermano: la partita sulla tassazione delle criptovalute è tutt’altro che chiusa.