Boston, 15 gennaio 1919 – Ventuno morti e centocinquanta feriti: questo è il pesante bilancio della tragedia della melassa che ha segnato indelebilmente il North End di Boston. Poco dopo mezzogiorno, intorno alle 12.30, un enorme serbatoio della United States Industrial Alcohol Company, colosso nel settore chimico, è esploso, liberando oltre 8.700 metri cubi di melassa lungo Commercial Street. Quel tratto di città, pieno di operai e residenti in pausa pranzo, si è trovato travolto da un’onda nera e densa, alta quasi cinque metri. Nessuno – stando ai primi racconti raccolti dalla stampa locale – aveva mai visto una scena del genere.
Un’onda dolce ma letale
La melassa, liquido denso usato allora per fare alcol industriale e bevande, ha invaso le strade a una velocità sorprendente: le autorità parlano di oltre 50 chilometri orari. Case, stalle e carrozze sono state sbalzate via con violenza incredibile. “È stato un caos totale”, ha raccontato al Boston Globe il vigile del fuoco George Layhe. Alcune persone sono rimaste bloccate a terra, praticamente incollate dalla massa appiccicosa. E l’aria si è riempita di quel tipico odore dolciastro che i residenti hanno detto di aver sentito per settimane.
Cause tecniche e prime responsabilità
Gli investigatori non hanno perso tempo. Il serbatoio, messo in funzione solo pochi anni prima dalla US Industrial Alcohol, mostrava già segni di cedimento: saldature difettose e segni di usura evidenti. Diverse testimonianze di lavoratori parlavano di scricchiolii metallici nei giorni prima del disastro. “Avevamo già segnalato delle perdite”, ha confidato un operaio che ha preferito restare anonimo. La manutenzione sembrava proprio trascurata: confermato anche dal rapporto della polizia cittadina.
I numeri sono pesanti: oltre 21 vittime certe, molte per annegamento o schiacciamento; fra i feriti, molti casi gravi soprattutto tra bambini e anziani, incapaci di scappare in tempo. I soccorsi si sono rivelati complicati proprio a causa della melassa stessa: appiccicosa e pesante, difficile da togliere ovunque. “Abbiamo lavorato tutta la notte”, raccontano i volontari della Croce Rossa.
Il processo e le nuove leggi sulla sicurezza
La tragedia ha lasciato un segno profondo a Boston e non solo. Subito dopo è iniziata una lunga battaglia legale tra la US Industrial Alcohol e le famiglie delle vittime. In tribunale sono saltati fuori particolari inquietanti: controlli carenti, negligenza nei collaudi e nessun vero protocollo sulla sicurezza industriale. “Qui si è pensato solo al guadagno”, ha detto senza giri di parole l’avvocato Richard M. Lee che rappresentava molti parenti delle vittime.
Da quel disastro è partita una svolta fondamentale nella normativa sulla sicurezza industriale negli Stati Uniti. Le autorità locali e statali hanno imposto regole più rigide sui serbatoi industriali: controlli periodici certificati da enti terzi, registrazioni precise degli interventi di manutenzione e limiti chiari sulle dimensioni degli impianti nelle aree urbane. La tragedia del 1919 – come ricordano molti esperti – è diventata un punto di riferimento nella prevenzione dei disastri chimici in tutto il Paese.
Una ferita mai dimenticata
A più di cento anni da quel giorno nero, la “Great Molasses Flood” resta ben viva nella memoria collettiva di Boston. Ogni anno i residenti del North End ricordano le vittime con una cerimonia semplice proprio dove sorgeva il gigantesco serbatoio (vicino all’incrocio tra Commercial Street e Copps Hill). I racconti dei testimoni – conservati anche in lettere d’epoca – parlano ancora oggi di quel momento come un vero spartiacque.
“La melassa era dappertutto”, ricorda Anna DeLuca, nipote di uno dei soccorritori dell’epoca. Ma questo evento non fu solo un fatto locale: spinse tutto il mondo industriale a rivedere standard e responsabilità sul lavoro. Una lezione amara consumata in pieno inverno nel Massachusetts che continua a far riflettere storici ed esperti sulla sicurezza e la giustizia sul posto di lavoro.
