I chatbot AI hanno lo stesso effetto delle droghe sul cervello: lo studio

I chatbot AI hanno lo stesso effetto delle droghe sul cervello

I chatbot AI hanno lo stesso effetto delle droghe sul cervello Pixabay @NAJAnaja - Cryptohack

Federico Liberi

21 Aprile 2026

Uno studio della Drexel University rivela come l’uso eccessivo dei chatbot AI tra gli adolescenti possa generare dipendenza

I chatbot basati sull’intelligenza artificiale stanno diventando strumenti sempre più diffusi tra gli adolescenti statunitensi, con oltre il 50% che li utilizza regolarmente. Progettati per offrire compagnia, supporto emotivo e intrattenimento, questi assistenti virtuali mostrano però un lato oscuro: secondo un recente studio della Drexel University, condotto sotto la guida della professoressa Afsaneh Razi, il loro impiego può sfociare in una dipendenza comportamentale paragonabile a quella da sostanze.

Dipendenza da chatbot AI: uno studio pionieristico

La ricerca ha analizzato più di 300 post sul forum Reddit di adolescenti tra i 13 e i 17 anni, evidenziando come l’uso iniziale di questi chatbot per alleviare solitudine o stress possa evolvere in un attaccamento problematico e difficile da interrompere. Secondo Razi, docente presso il Dipartimento di Informatica della Drexel University, “questo è uno dei primi studi a documentare l’eccessiva dipendenza da compagni AI con impatti concreti sulla vita offline, quali disturbi del sonno, calo del rendimento scolastico e tensioni nelle relazioni sociali”.

Lo studio ha identificato sei criteri tipici della dipendenza comportamentale: conflitto tra desiderio e senso di colpa, pensieri ossessivi, sintomi di astinenza come tristezza, aumento progressivo del tempo di utilizzo (tolleranza), ricadute dopo tentativi di smettere e alterazioni del tono dell’umore.

Caratteristiche e rischi dei chatbot per adolescenti

Secondo Matt Namvarpour, primo autore dello studio e dottorando alla Drexel University, “i chatbot sono progettati per essere sempre disponibili, non giudicanti e altamente reattivi, qualità che li rendono estremamente coinvolgenti per giovani che vivono situazioni di isolamento o stress”. Inoltre, la capacità di questi sistemi di ricordare conversazioni passate e di interagire in maniera multimodale ne aumenta il fascino e accelera il rischio di dipendenza.

In risposta a questo fenomeno, gli studiosi propongono il modello CARE (Comprehensive Needs, Attachment-awareness, Respectful Empathy, Ease of Exit), un framework che include funzionalità come limiti personalizzati d’uso, momenti di riflessione emotiva e meccanismi facilitati per disconnettersi.

Contesto più ampio: dipendenza da tecnologie digitali e smartphone

Parallelamente, ricerche recenti provenienti da Germania evidenziano come anche l’uso intensivo dello smartphone possa modificare l’attività cerebrale in modo analogo a dipendenze da fumo o alcolici, con effetti rilevabili già dopo tre giorni di astinenza. Il neurotrasmettitore dopamina gioca un ruolo chiave nel rafforzare il legame emotivo con questi dispositivi, alimentando fenomeni di assuefazione che impattano su concentrazione, sonno e rapporti sociali.

La psichiatra Tiziana Corteccioni sottolinea come “la dipendenza da smartphone sia una realtà con sintomi simili ad altre forme di dipendenza, e vista la loro costante disponibilità, uscirne risulta particolarmente difficile”. L’Istituto Superiore di Sanità consiglia di creare zone “smartphone free” in casa per favorire momenti di disconnessione e benessere.

La Drexel University e la ricerca sull’interazione uomo-macchina

Fondata nel 1891 a Filadelfia, la Drexel University è riconosciuta a livello globale per la sua eccellenza nella formazione esperienziale e nella ricerca multidisciplinare. La professoressa Afsaneh Razi, con un PhD in Informatica, è attivamente impegnata nello studio delle interazioni sociali e della sicurezza online, con un focus particolare su come l’intelligenza artificiale possa influenzare il benessere psicologico degli utenti più vulnerabili.

Attraverso collaborazioni con esperti di privacy, machine learning e interazione uomo-computer, il suo lavoro mira a sviluppare tecnologie più etiche e consapevoli, capaci di mitigare i rischi associati alle nuove forme di dipendenza digitale.

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