Esplorazione nel ghiacciaio Thwaites: spedizione internazionale bloccata da problemi tecnici in Antartide

Salvatore Broggi

14 Febbraio 2026

Punta Arenas, 14 febbraio 2026 – Un gruppo di scienziati da diverse nazioni ha dovuto fermare ieri la sua missione sul ghiacciaio Thwaites, in Antartide. Problemi tecnici hanno reso impossibile andare avanti con le ricerche. La spedizione, partita a fine gennaio, puntava a raccogliere nuovi dati su quello che molti chiamano il “ghiacciaio del giudizio universale”, un elemento chiave per capire il futuro del clima mondiale.

Thwaites, un gigante dal destino incerto

Il Thwaites, sulla costa occidentale dell’Antartide, è uno dei ghiacciai più grandi del pianeta: si estende per circa 192mila chilometri quadrati, più o meno quanto la Gran Bretagna. Ma non è solo una questione di dimensioni. È anche una delle maggiori incognite quando si parla di innalzamento del livello del mare. Come spiegava pochi giorni fa Peter Davis, glaciologo e capo della spedizione per la British Antarctic Survey: “Ogni cambiamento qui può avere effetti in tutto il mondo”. La paura principale è che se questo enorme blocco di ghiaccio dovesse crollare, potrebbe scaricare miliardi di tonnellate d’acqua negli oceani in tempi sorprendentemente brevi.

Spedizione bloccata da guasti e condizioni estreme

La missione internazionale, con ricercatori da Regno Unito, Stati Uniti, Italia e Nuova Zelanda, era partita il 27 gennaio dalla base Rothera, il fulcro delle operazioni scientifiche in Antartide. L’obiettivo sembrava chiaro ma è stato tutt’altro che semplice: posizionare sensori profondi e prelevare campioni di ghiaccio, acqua e sedimenti nelle zone meno esplorate del ghiacciaio. Dopo poco più di una settimana dall’inizio del lavoro sul campo, però, una serie di guasti agli strumenti di perforazione e al sistema satellitare hanno fermato tutto.

“I problemi sono iniziati tra l’8 e il 9 febbraio – racconta Lisa Dugan, geofisica americana – abbiamo avuto una perdita di potenza nei trapani a caldo. E tentare di riparare con temperature attorno ai -35 gradi e venti oltre i 60 km/h è stato praticamente impossibile”. Le comunicazioni con la base sono diventate sempre più difficili e alla fine il capo spedizione ha preso la decisione difficile: rientrare prima del previsto.

Quel che resta della missione e cosa aspettarsi

Nonostante l’interruzione anticipata, una parte dei campioni raccolti sarà analizzata nei laboratori delle università coinvolte. Fra i dati più importanti ci sono quelli sulla temperatura e la salinità dell’acqua sotto il ghiacciaio: informazioni che possono far capire quanto velocemente si sta sciogliendo questa parte fragile della calotta glaciale. “Abbiamo dovuto lasciare indietro molti obiettivi – ha detto Davis durante una conferenza stampa improvvisata a Punta Arenas, Cile –, ma almeno qualche campione ce lo siamo portati a casa”. I ricercatori non escludono un ritorno nel 2027: “Se avremo i soldi e strumenti migliori, ci torneremo”.

Una sfida che si ripete da anni

Accedere al Thwaites è da sempre complicato per chi studia questo gigante di ghiaccio. La zona è una delle più dure da raggiungere sul pianeta. Solo negli ultimi tre anni almeno quattro spedizioni sono state costrette a tornare indietro prima del previsto per problemi simili. Gli scienziati concordano sull’importanza fondamentale dei dati raccolti qui per aggiornare i modelli climatici globali. “Si rischia davvero di sottovalutare l’impatto che uno scioglimento improvviso avrebbe sulle coste di tutto il mondo”, aveva avvertito a dicembre Stefano Minotto, oceanografo all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Nel frattempo restano molte domande senza risposta. Secondo le ultime stime della NASA e della British Antarctic Survey, se il Thwaites dovesse crollare del tutto – anche se questo scenario è considerato poco probabile nel breve periodo – il livello dei mari potrebbe salire fino a 65 centimetri in poche decine d’anni.

Ora i ricercatori si concentreranno sull’analisi dei pochi dati raccolti finora. Ma resta forte il senso d’urgenza. “Non possiamo permetterci altri stop,” ha confessato uno dei tecnici mentre saliva sull’aereo militare verso la civiltà.

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