Roma, 1 febbraio 2026 – Negli ultimi mesi, con l’aumento costante degli scambi digitali, il tema della fiscalità delle criptovalute è tornato al centro del dibattito pubblico. Chi detiene bitcoin, ethereum o stablecoin come USDT si trova davanti a regole precise e controlli sempre più serrati. Dal 1° gennaio 2026, l’Agenzia delle Entrate ha aggiornato le linee guida su cosa considerare fiscalmente rilevante per chi opera in questo mondo.
Criptovalute: cosa si paga e perché
Secondo la legge italiana, le criptovalute sono “valute virtuali” ai fini fiscali. Ma non tutte le operazioni scattano l’obbligo di pagamento. “Possedere criptovalute non significa dover pagare tasse, a meno che non si dichiari nel quadro RW della dichiarazione dei redditi,” spiega la commercialista romana Sara Cataldi, esperta di clienti fintech da anni. La situazione cambia quando si vende, scambia o si converte in euro o altra valuta ufficiale. In quei casi, i guadagni diventano plusvalenze finanziarie.
Insomma, il fisco punta solo su quello che genera un reddito. Non conta soltanto lo scambio diretto con l’euro: anche passare da una crypto all’altra può far scattare la tassa. Per esempio, convertire bitcoin in ether crea una base imponibile. “Spesso ci si dimentica di tenere conto di queste conversioni,” ammette Cataldi. “Soprattutto perché spesso avvengono su piattaforme estere e con pochi controlli.”
Stablecoin sotto la lente: il caso USDT e simili
Le stablecoin, come USDT (Tether) o USDC, sono strumenti sempre più usati da chi vuole evitare l’alta volatilità delle criptovalute tradizionali. Ma come si comportano con il fisco? La risposta arriva dalla circolare n. 22/E dell’Agenzia delle Entrate del 2025 e dipende dall’uso che se ne fa.
Se una stablecoin resta ferma come “riserva di valore”, va comunque dichiarata nel quadro RW. Solo quando viene cambiata in euro o usata per acquisti importanti può generare plusvalenze da tassare. “Il vero problema,” sottolinea Cataldi, “è la tracciabilità: molti contribuenti non sanno di dover calcolare anche quelle operazioni che sembrano meno rilevanti.” Quindi anche passare da una stablecoin a una crypto “pura” deve essere monitorato dal fisco.
Soglie e obblighi: quanto e quando dichiarare
Un punto chiave riguarda le soglie di esenzione. La regola resta questa: se la somma totale su tutti i wallet supera i 51.645 euro (per almeno sette giorni lavorativi consecutivi), allora ogni plusvalenza è tassabile. Sotto quella cifra, niente tasse sulle plusvalenze, ma resta obbligatorio indicare la presenza delle criptovalute nel quadro RW.
“Il problema spesso nasce dalla gestione approssimativa delle chiavi private e dai wallet sparsi su più piattaforme,” riconosce Cataldi. Il fisco richiede infatti di considerare tutto il patrimonio digitale posseduto ovunque: exchange centralizzati, piattaforme decentralizzate e wallet personali offline.
Sanzioni e controlli più duri nel 2026
Con il nuovo anno è partito il sistema di segnalazione automatica tra piattaforme europee, chiamato “DAC8”. I controlli sui movimenti digitali sono diventati più severi. L’Agenzia delle Entrate ora riceve report dettagliati anche dagli exchange esteri dentro l’UE. Chi muove grandi somme in bitcoin o USDT rischia multe salate se non dichiara tutto correttamente.
Fonti interne spiegano che “le verifiche si concentrano sulle transazioni anomale rispetto al profilo del contribuente”, quindi prelievi ingenti o movimenti frequenti attirano subito l’attenzione. Chi omette rischia sanzioni fino al 30% dell’importo non dichiarato più gli interessi.
Guardando avanti: cosa fare per non sbagliare
Nei prossimi mesi il quadro normativo sembra destinato a stringersi ancora di più. Alcuni parlamentari hanno già annunciato proposte per equiparare certi tipi di crypto-asset agli strumenti finanziari tradizionali. Nel frattempo le associazioni di categoria invitano a muoversi con doppia prudenza: conservare tutta la documentazione sulle operazioni crypto e restare aggiornati sulle novità fiscali.
“Tenere un registro dettagliato delle transazioni è ormai fondamentale,” avverte Cataldi. Solo così si può affrontare eventuali controlli senza rischiare errori o dimenticanze – che possono costare davvero caro.
Nel panorama italiano del 2026 possedere e gestire criptovalute significa stare attenti a un sistema sempre più preciso e digitale. Chi lavora in questo settore lo sa bene: restare informati non è solo un consiglio, ma una vera necessità.
