Milano, 8 settembre 2026 – Un team di ricercatori italiani ha fatto un passo avanti nel capire come il cervello umano gestisce e filtra i suoni ripetuti, aprendo la strada a strumenti diagnostici più precisi contro l’acufene. Lo studio, pubblicato ieri su “Nature Neuroscience”, è frutto di mesi di lavoro guidato dal Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Milano, sotto la guida della professoressa Marta Pellegrini. Questa scoperta potrebbe presto indirizzare la ricerca verso indicatori biologici affidabili, quei famosi marker che da tempo i medici cercano per distinguere le forme reali da quelle soggettive della malattia.
Come il cervello “sgrava” dai suoni ripetuti
Al centro della ricerca c’è la conferma che parti diverse del cervello si attivano in modo specifico quando un suono viene ripetuto più volte in sequenza. Sono stati coinvolti 42 volontari sani, tra i 18 e i 38 anni, sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI). I risultati mostrano come il cervello impari in fretta a ignorare stimoli sonori ripetitivi. Ma, come spiega la professoressa Pellegrini, “in alcune persone questo meccanismo di ‘adattamento’ non funziona come dovrebbe. Proprio queste persone rischiano maggiormente di sviluppare un acufene persistente”.
Secondo lo studio, se un tono breve si ripete regolarmente – ogni 400 millisecondi circa – la risposta neuronale nella corteccia uditiva cala gradualmente. Questo processo, chiamato “habituation”, si nota già dopo pochi secondi: il cervello filtra e lascia spazio solo alle informazioni nuove, scartando il rumore inutile. Chi soffre di acufene, invece, mostra un calo molto attenuato o addirittura assente.
Acufene: una diagnosi ancora complicata
L’acufene, cioè la percezione di fischi o ronzii senza stimoli esterni, interessa circa il 15% degli adulti nel mondo secondo l’OMS. In Italia si parla di almeno tre milioni di persone colpite in modo cronico o intermittente. Diagnosticarlo resta una sfida: non esistono test specifici e spesso si arriva a una diagnosi per esclusione. Gli esami audiologici tradizionali non riescono a individuarlo; tutto si basa sulle testimonianze dei pazienti.
Proprio per questo motivo, sottolinea la dottoressa Giulia Tosi, audiologa al Policlinico di Milano, trovare “un indicatore oggettivo e biologico” sarebbe una vera svolta. E lo studio milanese offre questa speranza: se è possibile misurare come il cervello si adatti ai suoni ripetuti tramite tecniche d’imaging, in futuro basterà forse un semplice esame per capire se l’acufene è reale o legato a fattori psicologici.
Nuovi metodi e cosa aspettarsi
Nel corso dell’esperimento, i partecipanti hanno ascoltato suoni in cuffie isolanti per sessioni di circa 15 minuti mentre venivano monitorati con fMRI. I dati hanno evidenziato un modello chiaro: chi non ha sintomi mostra una progressiva diminuzione dell’attività nella corteccia uditiva. Ma alcuni volontari hanno avuto risposte anomale: l’attività neuronale restava stabile o oscillante, segno che qualcosa nella selezione dei suoni non funziona bene.
La professoressa Pellegrini anticipa che “il prossimo passo sarà testare questa tecnica su persone già affette da acufene”. L’obiettivo? Capire se questo metodo può diventare uno strumento clinico concreto per identificare chi rischia forme gravi o croniche della patologia.
Nuove speranze per le cure?
Rimane da capire se questi indicatori potranno anche servire per valutare l’efficacia delle terapie – ancora oggi poche e spesso con risultati incerti. Alcune cure sperimentali puntano sulla “riabilitazione uditiva”, cercando di insegnare al cervello a filtrare meglio i rumori indesiderati. Lo studio apre quindi anche uno spiraglio sul fronte terapeutico.
Intanto all’Università di Milano è partita una seconda fase della ricerca: si cercano volontari con acufene cronico per nuovi test clinici previsti entro fine anno. “Dobbiamo confermare questi dati su gruppi più ampi – conclude Pellegrini – solo così sapremo se questa strada porterà davvero a una diagnosi oggettiva”. Un traguardo atteso da anni e che potrebbe cambiare la vita a migliaia di pazienti italiani.