Milano, 26 gennaio 2026 – La diffusione delle stablecoin nel sistema finanziario globale sta suscitando preoccupazioni importanti sulla stabilità dei mercati e sui rischi che potrebbero coinvolgere tutto il sistema. Nelle ultime settimane, il tema è tornato d’attualità dopo che alcuni operatori hanno messo in guardia sul fatto che una di queste criptovalute ancorate a valute tradizionali potrebbe diventare “too big to fail”, cioè troppo grande e centrale per poter essere lasciata fallire senza conseguenze pesanti per l’intero settore.
Stablecoin nel mirino: il cuore pulsante della finanza digitale
Le stablecoin sono nate per garantire agli investitori una certa sicurezza simile a quella delle monete tradizionali, ma usando le tecnologie digitali. Tra i nomi più noti ci sono Tether (USDT), USD Coin (USDC) e, più di recente, EURC, legata all’euro. Queste valute circolano su diverse piattaforme e muovono ogni giorno miliardi di dollari. Secondo i dati aggiornati a gennaio 2026 di CoinGecko, la capitalizzazione totale delle principali stablecoin ha superato i 170 miliardi di dollari. E qui nasce la domanda: cosa succederebbe se uno di questi colossi dovesse vacillare?
Un rischio che ricorda molto da vicino quanto accaduto con alcune grandi banche durante la crisi del 2008. “Le dimensioni raggiunte da alcune stablecoin le mettono oggi tra i principali attori dell’ecosistema crypto – spiega Roberto Rossi, docente di Finanza digitale alla Bocconi – e questo apre la porta a un potenziale effetto domino anche sui mercati tradizionali”.
“Too big to fail”: quando una stablecoin non può crollare
Nel gergo della finanza, “too big to fail” indica un soggetto così rilevante e intrecciato nel sistema da non poter essere abbandonato in caso di problemi. Nel mondo delle criptovalute, le stablecoin svolgono un doppio ruolo: sono sia una riserva di valore sia uno strumento stabile per pagamenti usato da milioni di persone e operatori. Solo Tether muove ogni giorno volumi superiori a 80 miliardi di dollari, secondo Chainalysis.
Il rischio domino è reale: se una stablecoin dovesse perdere il suo ancoraggio – magari perché le riserve non sono sufficienti o gestite male – gli investitori rischierebbero perdite pesanti. “Si creerebbe un vuoto di fiducia difficile da colmare – racconta Andrea Landi, analista per Digital Markets Insight – e il denaro potrebbe scappare rapidamente verso asset più sicuri, causando scompigli anche in altri settori finanziari”.
Cosa può far crollare una stablecoin
Diversi report internazionali, tra cui uno della Banca dei regolamenti internazionali (BIS) diffuso a dicembre 2025, indicano come nodi critici la qualità delle riserve e la trasparenza nella gestione dei fondi. Alcune stablecoin dicono di avere dietro riserve in titoli liquidi o depositi bancari; altre invece hanno mantenuto posizioni vaghe o adottato strutture complesse che hanno fatto alzare più d’un sopracciglio ai regolatori.
Il caso più noto rimane quello del 2022 con TerraUSD (UST), crollata in poche ore cancellando decine di miliardi in capitalizzazione. “Il rischio sistemico nasce quando si perde fiducia – osserva Paola Grimaldi, consulente per la Commissione Europea – perché molte stablecoin sono alla base nascosta di tante transazioni internazionali”. Il meccanismo è rapido: perdita dell’ancoraggio, corse ai riscatti, pressione sul valore degli asset sottostanti.
Impatto sulle crypto e sui mercati tradizionali
Se una grande stablecoin dovesse cedere, gli effetti si sentirebbero non solo sulle piattaforme crypto o decentralizzate ma anche nei mercati finanziari classici. Diverse banche hanno riserve legate a queste valute digitali o collaborano con operatori del settore. Il rapporto annuale del Financial Stability Board (FSB) segnala come i legami tra finanza decentralizzata e tradizionale siano sempre più stretti: “Se le principali stablecoin subissero stress – avverte il documento – potrebbero verificarsi turbolenze nei mercati obbligazionari governativi e corporate”.
Anche i regolatori sono in stato d’allerta. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha appena messo insieme un tavolo tecnico per capire se le regole attuali bastano, mentre la BCE accelera sul proprio euro digitale come alternativa regolamentata.
Come evitare il collasso: più regole e controlli
Per impedire che una stablecoin diventi davvero “too big to fail”, si stanno studiando varie soluzioni: controlli più severi sulle riserve, obbligo di audit indipendenti, limiti alla concentrazione del mercato. “Serve trasparenza vera”, dice senza giri di parole Claudia Migliori dell’Associazione Bancaria Italiana. La direzione è chiara: aumentare la vigilanza e uniformare le regole su scala globale.
Gli osservatori più cauti sottolineano che non si tratta di bloccare l’innovazione ma di garantirne la sicurezza per tutto il sistema. Solo così – dicono in molti – la finanza potrà integrare senza shock queste nuove forme di moneta digitale. Resta però un punto aperto: siamo pronti a gestire il primo vero banco di prova delle stablecoin a livello mondiale? Per ora la risposta resta incerta.
