Washington, 21 marzo 2026 – La sonda Van Allen Probe A, uno degli strumenti chiave della NASA per studiare le fasce di radiazione intorno alla Terra, è rientrata nell’atmosfera terrestre tra il 19 e il 20 marzo, qualche mese prima del previsto. Il rientro è avvenuto sopra l’oceano Pacifico poco dopo le 8 del mattino (ora italiana), confermato dai tecnici del Goddard Space Flight Center. Secondo le prime ricostruzioni, la causa va attribuita a un aumento dell’attività solare che ha fatto perdere quota più rapidamente al satellite.
Cos’è la Van Allen Probe A e perché era in orbita
Lanciata nel 2012 insieme alla sua “gemella” Van Allen Probe B, la sonda faceva parte di una missione pensata per analizzare le fasce di Van Allen, quelle zone dello spazio dove il campo magnetico terrestre intrappola particelle ad alta energia. Nel corso degli anni, le due sonde hanno fornito dati fondamentali per capire come funzionano queste fasce e come le tempeste solari possono influenzare satelliti, astronauti e reti elettriche a Terra.
Lo scopo era semplice fin dall’inizio: raccogliere informazioni sulle radiazioni cosmiche e monitorare i cambiamenti causati dai fenomeni solari. Gli ingegneri della NASA avevano previsto che la sonda avrebbe rientrato tra fine 2026 e inizio 2027. Ma non tutto è andato secondo i piani. “L’intensificazione delle tempeste solari ha aumentato la densità dell’atmosfera superiore, creando un attrito maggiore del previsto”, ha spiegato l’astrofisico Michael White.
L’effetto dell’attività solare sulla sonda
Negli ultimi mesi, il ciclo solare 25 si è fatto sentire con una serie di brillamenti e espulsioni di massa coronale che hanno portato un flusso maggiore di particelle cariche vicino alla Terra. Questo ha causato una rapida diminuzione dell’altitudine della Van Allen Probe A. Gli scienziati del Goddard hanno seguito con attenzione la traiettoria ma solo nelle ultime 48 ore è diventato chiaro che il rientro era inevitabile.
“Il contatto radio si è perso pochi minuti dopo l’ingresso nella termosfera”, ha detto un portavoce NASA, sottolineando che “la maggior parte dei materiali si è disintegrata per il calore intenso, proprio come previsto”. Nessun frammento ha raggiunto zone abitate: il punto di rientro è stimato a oltre mille chilometri a nord-est delle Isole Salomone.
Il bilancio scientifico di una missione fondamentale
I dati raccolti dalla Van Allen Probe A hanno permesso di mappare con precisione le fasce di radiazione, rivelando anche una terza fascia temporanea comparsa nel 2013 dopo una tempesta solare molto intensa. “Abbiamo scoperto dinamiche completamente nuove”, ha commentato Daniel Baker dell’Università del Colorado, coordinatore del team scientifico internazionale.
In quasi quattordici anni di lavoro sul campo, la sonda ha superato ogni aspettativa. “I risultati ottenuti hanno già aiutato a progettare satelliti più sicuri e sistemi di allerta per le tempeste geomagnetiche”, spiega Baker. Più che un addio, questo rientro anticipato segna la fine naturale di un viaggio che ha arricchito molto la nostra conoscenza dello spazio vicino alla Terra.
Le prospettive future e le reazioni della comunità scientifica
Mentre la “gemella” Van Allen Probe B resta in orbita ma con una traiettoria sempre più bassa – segno che anche per lei il tempo sta per scadere – gli esperti guardano già avanti alle prossime missioni. I nuovi strumenti dovranno resistere a condizioni ancora più difficili, dato che il Sole sembra entrato in una fase più attiva del normale.
“La ricerca sulle fasce di Van Allen continuerà con satelliti più piccoli e robusti”, annuncia uno dei responsabili NASA. La comunità scientifica internazionale segue con interesse le collaborazioni con l’Agenzia Spaziale Europea e i team giapponesi, convinti che l’esperienza delle due sonde rappresenti una base indispensabile.
Negli archivi rimangono migliaia di ore di dati su cui gli scienziati continueranno a lavorare nei prossimi anni. Tra i corridoi del Goddard si percepisce un certo pragmatismo: l’uscita anticipata della sonda era prevista. “Lo spazio vicino alla Terra resta imprevedibile”, commentano gli ingegneri NASA senza drammi inutili.
