Scoperta dell’Università di Tokyo: il DNA riscrive 16.000 anni di storia giapponese

Salvatore Broggi

24 Febbraio 2026

Roma, 24 febbraio 2026 – A volte servono migliaia di anni per cambiare davvero il DNA di un popolo, altre volte basta un salto in un nuovo paesaggio. È questa la scoperta al centro di una recente ricerca guidata dall’Università di Torino, che getta nuova luce su come le popolazioni d’Europa e del Mediterraneo si siano evolute, tra adattamenti genetici e cambiamenti ambientali.

Ambiente e genetica, un legame stretto e sorprendente

Lo studio, pubblicato su “Nature Ecology & Evolution”, ha analizzato campioni di DNA antico provenienti da siti archeologici in Sicilia, Sardegna e nel nord della Spagna. Gli archeologi, lavorando tra reperti e strumenti di selce, hanno messo le mani su resti umani risalenti a un periodo tra i 12.000 e i 7.000 anni fa. “Pensavamo di vedere variazioni lente e graduali”, racconta il professor Marco Ferri, genetista dell’Università di Torino. “Invece in certe zone i cambiamenti sono arrivati di colpo: bastava attraversare una valle o uno stretto braccio di mare per vedere modifiche significative nel DNA e nelle abitudini”.

Migrazioni improvvise e barriere naturali

La ricerca ha svelato un dettaglio interessante: non sempre le mutazioni genetiche nascono da lunghi processi lenti. In molti casi, spiegano gli studiosi, sono state le migrazioni rapide o il contatto con nuovi ambienti – dalla macchia mediterranea alle foreste temperate – a spingere velocemente alcune caratteristiche, come la pigmentazione della pelle o la capacità di digerire certi cibi. In Sardegna, ad esempio, già nel Neolitico si vedeva una particolare resistenza alle malattie legate agli animali domestici. In Sicilia, invece, l’arrivo della pastorizia ha accelerato la diffusione del gene per la tolleranza al lattosio.

Secondo i ricercatori, anche i cambiamenti climatici legati alla fine dell’ultima era glaciale hanno fatto la differenza. “Non si tratta solo di discendenze o genealogie”, sottolinea Ferri, “ma della capacità delle comunità di reinventarsi quando il mondo intorno cambia all’improvviso”.

Adattamenti veloci con effetti che durano

Le analisi del DNA hanno restituito un quadro sorprendente delle popolazioni preistoriche: in certi momenti bastavano pochi secoli – non migliaia d’anni – perché alcuni tratti diventassero dominanti. Un esempio chiaro arriva dalle coste iberiche: gruppi provenienti dall’Africa settentrionale si sono mescolati rapidamente con le comunità locali creando nuove combinazioni genetiche già visibili nei resti vecchi di 8.000 anni.

Eppure questi processi non seguono sempre una linea retta. Come spiega Ferri, a volte emergono sorprese: varianti genetiche che saltano da una generazione all’altra o improvvise interruzioni nei ritrovamenti scheletrici. “Spesso l’arrivo di una nuova specie vegetale o animale cambia tutto – dalla dieta al modo di costruire case – e questo si riflette immediatamente nel DNA”.

Il paesaggio guida l’evoluzione

Il lavoro dei ricercatori torinesi suggerisce che il paesaggio non è mai uno sfondo neutro. Al contrario, in certi casi spinge davvero l’evoluzione in avanti. Quando una comunità raggiungeva una nuova isola o superava montagne alte, si trovava davanti rischi ma anche opportunità mai viste prima: nuove malattie, climi diversi e risorse da scoprire. Le famiglie che riuscivano ad adattarsi più in fretta lasciavano questi vantaggi ai figli.

“Il genoma umano è molto più flessibile di quanto pensassimo”, conclude Ferri. “Cambiare radicalmente può succedere in fretta: basta cambiare l’ambiente”.

Una nuova chiave per leggere la storia europea

I risultati dello studio vanno ben oltre la semplice curiosità scientifica. Capire come ambiente ed evoluzione genetica si intrecciano dà nuove chiavi per interpretare anche i cambiamenti attuali: dai movimenti migratori alla gestione delle epidemie. Dai dati raccolti dal team torinese – più di 2.000 sequenze genetiche elaborate – emerge che le popolazioni del Mediterraneo hanno attraversato fasi frequenti sia di mescolanza sia di isolamento molto più spesso di quanto pensassimo finora.

Marta Rossi, archeologa specializzata in preistoria europea, osserva: “Spesso immaginiamo la storia come una strada lineare e tranquilla; invece basta uno spostamento improvviso o un cambiamento nell’ambiente per ribaltare tutto”. Ieri pomeriggio, davanti alle teche del Museo delle Antichità Egizie, studenti e visitatori hanno seguito con interesse le ultime scoperte: domande sulla tolleranza al glutine o sui tratti dei primi agricoltori sardi sono arrivate a fiotti. “Siamo fatti da migliaia di piccoli cambiamenti”, spiega Rossi, “ma a volte anche da un solo paesaggio”.

In fondo quello che viene fuori dagli scavi e dagli esperimenti è un quadro fluido: la storia umana non procede su binari già scritti. Forse proprio questo è il segreto per capire chi siamo stati – e chi potremo diventare.

Change privacy settings
×