Majuro, 4 aprile 2026 – Sull’atollo di Enewetak, nelle Isole Marshall, si staglia da decenni una gigantesca cupola di cemento, il Runit Dome, che da quasi quarant’anni cerca di tenere sotto controllo oltre 120.000 tonnellate di rifiuti radioattivi: una pesante eredità dei test nucleari americani degli anni Cinquanta. Ma oggi quella struttura è a rischio: con l’innalzamento del livello del mare che avanza inesorabile, la sua tenuta non è più garantita. Non è solo un allarme locale, ma un pericolo che potrebbe coinvolgere l’intero Pacifico.
Il Runit Dome e il suo contenuto: eredità nucleare nell’oceano
Tra il 1946 e il 1958 gli Stati Uniti hanno effettuato 67 test atomici tra Enewetak e Bikini. Bombe la cui scia contaminante non si è mai dissolta. Per provare a contenere questa minaccia, nel 1980 è nato il Runit Dome: una calotta di cemento armato larga circa 115 metri, spessa appena più di mezzo metro, costruita sopra una enorme buca scavata durante i test. Qui sono stati “sigillati” – almeno secondo le stime del Dipartimento dell’Energia USA – più di 120.000 tonnellate di scorie radioattive, tra suolo contaminato, metalli e residui delle esplosioni.
Il Dome ha un aspetto spettrale, tanto da essere chiamato “The Tomb” dalla gente del posto. Il cemento grigio è visibilmente logorato; negli ultimi cinque anni alcune crepe sono comparse sui pannelli esterni e l’acqua piovana ha iniziato a infiltrarsi, come racconta un tecnico incaricato delle manutenzioni.
L’innalzamento dei mari: un rischio in crescita
Il problema più grande però è sotto i nostri occhi – o meglio, sotto il livello del mare. Gli abitanti dell’atollo e molti esperti sono sempre più preoccupati per la fragilità della struttura. Negli ultimi vent’anni il livello del mare nel Pacifico centro-occidentale è salito in media di 7-10 millimetri all’anno, una crescita superiore alla media globale, secondo i dati dell’Autorità per la protezione ambientale delle Isole Marshall.
Se questa tendenza proseguirà come previsto dagli esperti, l’acqua salata potrebbe infilarsi sotto il Dome — che sul fondo non è impermeabilizzato — e rischiare così di disperdere parte del materiale radioattivo nell’oceano. Una minaccia concreta. “È una bomba a orologeria”, ha detto senza mezzi termini Jack Niedenthal, segretario alla Sanità e agli Affari Interni delle Marshall, in un’intervista a NPR.
Le reazioni locali e la richiesta di responsabilità
Chi vive a Enewetak sente la cupola come una presenza inquietante. Nei bar dell’atollo all’alba si parla spesso di questo rischio: tra storie quotidiane e timori ambientali si fa strada l’attesa della prossima mareggiata potente. “Ci chiediamo sempre quando arriverà la prossima ondata che potrebbe mettere tutto in pericolo”, confida Mele Holopainen, madre di due figli. La sensazione diffusa è che il Dome non fosse pensato per resistere oltre quattro decenni.
Gli Stati Uniti – che hanno costruito e gestiscono la struttura – hanno garantito controlli regolari e interventi se necessario. Ma molti attivisti locali denunciano poca trasparenza: “Le ispezioni sono sporadiche e i dati pubblicati raramente completi”, afferma Alson Kelen, membro del Consiglio delle Isole Marshall per l’Ambiente. Alcuni rapporti governativi USA parlano già di livelli anomali di cesio-137 nel mare intorno al Dome; tuttavia queste informazioni restano frammentarie e poco accessibili.
Un caso globale: rischio ambientale nel Pacifico
Il caso Runit Dome ha ormai superato i confini locali ed è finito sulle scrivanie delle principali organizzazioni internazionali. Le Nazioni Unite hanno chiesto a Washington “più chiarezza” sulla gestione dell’area e sul futuro della struttura. Paesi vicini come Kiribati e Micronesia condividono la preoccupazione: se la cupola crollasse davvero, intere catene alimentari marine potrebbero essere contaminate.
Gli studi indipendenti recenti non lasciano spazio a facili illusioni. Alcuni modelli sviluppati dall’Università delle Hawaii prevedono che senza interventi seri parte dei rifiuti radioattivi potrebbero finire nell’oceano entro vent’anni. Resta comunque un margine d’incertezza ampio: molto dipenderà da quanto velocemente continueranno a salire le acque.
Il futuro della cupola tra urgenze e attese
Per ora dal governo americano non arrivano piani concreti per rinforzare o bonificare il sito. “Serve un impegno coordinato con risorse adeguate”, ha detto pochi giorni fa Kitlang Kabua, ministra degli Esteri delle Marshall, durante una conferenza stampa a Majuro.
Così il silenzio cala ancora sulla cupola di Runit Island: quella struttura pensata per racchiudere il passato rischia ora di trascinare con sé anche il presente. Attorno solo vento, mare… e l’attesa inquieta di chi abita queste isole lontane in cerca di risposte che tardano ad arrivare.
