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Home Cyber Security

Microplastiche in Antartide: Gli insetti locali già le ingeriscono, allarme per l’ecosistema

Salvatore Broggi by Salvatore Broggi
2 Gennaio 2026
in Cyber Security

Roma, 2 gennaio 2026 – Nei laboratori del CNR di Bologna, una provetta di ghiaccio raccolta vicino alla stazione Concordia, a oltre tremila metri sul plateau antartico, ha svelato una scoperta preoccupante: particelle di plastica – microplastiche invisibili a occhio nudo – sono state rinvenute nel cuore dell’ecosistema antartico. La notizia, arrivata questa settimana da uno studio condotto da ricercatori italiani e francesi, solleva dubbi importanti sulla diffusione della plastica negli ambienti più estremi e sulle possibili ripercussioni per la catena alimentare polare.

Microplastiche in Antartide: il segno di un’inquinamento globale

Non si parla ancora di quantità elevate. Il rapporto pubblicato su “Environmental Science & Technology Letters” parla di “tracce misurabili”, spesso nell’ordine di pochi microgrammi per litro d’acqua o per chilogrammo di neve. Ma la semplice presenza – spiegano gli autori – è un campanello d’allarme: “Queste particelle hanno raggiunto anche gli angoli più isolati del pianeta, trasportate dal vento, dalle correnti marine o dall’attività umana”, ha spiegato Giovanni Testa, responsabile del laboratorio di chimica ambientale al CNR.

Da dove arriva la plastica nel continente bianco?

Gli esperti ipotizzano diverse origini per queste microplastiche in Antartide. Una parte arriva probabilmente dalle basi di ricerca – Concordia, Dumont d’Urville e Mario Zucchelli sono le principali –, attraverso rifiuti non sempre gestiti nel modo giusto o fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio degli abiti tecnici. Altre particelle potrebbero invece provenire da molto più lontano: portate dall’atmosfera, trasportate per migliaia di chilometri dagli uragani australi o dalle correnti oceaniche che convergono verso il continente.

“Abbiamo trovato anche polimeri tipici delle confezioni alimentari e frammenti riconducibili ai materiali isolanti usati nelle strutture delle basi”, ha aggiunto Marion Lefevre, dell’Istituto Polare Francese, sottolineando la varietà delle fonti individuate. Solo un’analisi più approfondita permetterà di capire quanto della contaminazione derivi dalle attività locali e quanto arrivi dall’esterno.

Il rischio per la catena alimentare polare

Per ora le quantità sono basse. Nessun allarme immediato. Ma gli studiosi temono che la presenza di plastica in Antartide possa comunque entrare nella catena alimentare locale. Tutto parte dallo zooplancton, minuscoli organismi che filtrano acqua e neve per nutrirsi e possono ingerire le microplastiche senza riconoscerle. “Da lì le particelle risalgono i gradini della catena trofica”, spiega Testa, ricordando che gabbiani, foche e balene si nutrono proprio di quei piccoli crostacei.

Non ci sono ancora dati sui possibili effetti a lungo termine sugli animali antartici. Studi fatti altrove mostrano come la plastica possa causare problemi digestivi, ridurre la fertilità e accumulare sostanze tossiche nei tessuti degli animali marini. In Antartide si continua a raccogliere campioni e a confrontare i risultati anno dopo anno.

Controllo continuo e sfide future

La presenza di plastica nell’ambiente antartico era stata segnalata già nel 2019, soprattutto come macro-frammenti visibili lungo le coste. Oggi i laboratori usano filtri ultra-fini e spettrometri Raman per individuare anche le particelle più piccole e insidiose. “Ci preoccupa soprattutto l’aumento costante”, ha ammesso Alessandro Bianchi, biologo che ha partecipato a diverse missioni Enea al Polo Sud. Per il 2026 i ricercatori italiani puntano a mappare la distribuzione delle particelle anche nel mare di Ross e nella calotta glaciale orientale.

Nel frattempo – ed è forse il punto più concreto del dossier – cresce l’attenzione sulle abitudini quotidiane nelle basi: raccolta differenziata più severa, filtri nei sistemi di scarico, campagne informative rivolte al personale. Solo così, ammettono i responsabili del programma antartico italiano, si potrà limitare al minimo il rilascio futuro.

I dati raccolti finora non bastano per tracciare un quadro definitivo. Ma la presenza della plastica nei ghiacci antartici racconta una storia più ampia: quella di un materiale pensato per durare ma finito, nel giro di pochi decenni, fino ai confini più remoti del nostro pianeta.

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