Berlino, 7 ottobre 2026 – Un messaggio militare tedesco del 1918, inviato negli ultimi giorni della Prima guerra mondiale, è stato finalmente decifrato grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori tedeschi, che ieri hanno svelato il risultato all’Università di Potsdam. Questo ritrovamento getta luce su dettagli storici finora sconosciuti, ma apre anche nuovi interrogativi: sul contenuto, sulle date e persino sul sistema di cifratura usato.
Messaggio criptato e nuove tecnologie
Il documento – tre pagine dattiloscritte piene di sigle militari e codici numerici – era conservato nell’Archivio federale tedesco a Coblenza. Era finito lì quasi per caso, in una cartella intitolata “Comunicazioni Western Front”, ed è rimasto per decenni un mistero, nonostante i tentativi di vari esperti di crittografia storica. Solo nell’estate del 2026 una squadra guidata dal professor Martin Kluge, specialista in sistemi cifrati, ha deciso di usare un modello di machine learning sviluppato con il Max Planck Institute.
“Era la sfida ideale”, ha detto Kluge ieri mattina durante la conferenza stampa. “Il testo presentava tracce della cosiddetta ‘chiave ADFGVX’, usata dai tedeschi sul fronte occidentale. Ma nessuno era mai riuscito a completarne la decodifica.” L’algoritmo, dopo essere stato addestrato su centinaia di messaggi noti dell’epoca, è riuscito a individuare “strutture ripetute e sequenze plausibili”, ricostruendo così almeno una parte del messaggio originale.
Cosa racconta il dispaccio
La traduzione resa nota dagli studiosi fa riferimento a movimenti di truppe nelle Ardenne nel novembre 1918, pochi giorni prima dell’armistizio di Compiègne. Si parla di “ordini urgenti di ritirata”, richieste di rinforzi nella zona di Sedan e rapporti sul morale delle unità “in rapido peggioramento”. C’è anche un passaggio che menziona la “possibile interruzione delle comunicazioni entro il tramonto”, un segnale delle difficoltà incontrate dagli ufficiali negli ultimi momenti della guerra.
Ma proprio qui emergono i dubbi: alcune date nel testo non tornano con i registri ufficiali. “Il riferimento al 9 novembre fa sorgere qualche sospetto”, spiega la storica Ursula Brandt dell’Università di Bonn. “Quel giorno i comandi centrali stavano già evacuando Metz, ma dal tono sembra che le truppe fossero ancora all’oscuro della resa imminente.” Una discrepanza importante, secondo Brandt, che potrebbe derivare da errori nei rapporti originali o da problemi nella decifrazione.
Dubbi sulla chiave e sul metodo
Il punto più delicato riguarda però la chiave crittografica usata dai tedeschi. Anche se gli algoritmi hanno riconosciuto modelli simili alla nota ADFGVX – un sistema che combina lettere e numeri secondo schemi precisi – non tutte le parti sono chiare. “In almeno due passaggi,” ha ammesso Kluge davanti ai giornalisti, “il software propone soluzioni alternative senza poter garantire quale sia quella giusta.” Questo margine d’incertezza ha spinto diversi studiosi a chiedere ulteriori controlli manuali, magari con l’aiuto di esperti della Bundeswehr.
Altri storici della comunicazione militare come Erich Bauer (Università di Heidelberg) invitano alla prudenza: “L’intelligenza artificiale velocizza il lavoro, certo. Ma resta il rischio di forzare le interpretazioni. Serve sempre confrontare direttamente le fonti e affidarsi a chi conosce bene quel periodo.”
Un nuovo sguardo sulla fine della Grande Guerra
Per molti ricercatori questa decifrazione aggiunge comunque pezzi importanti per capire gli ultimi giorni della guerra in Europa occidentale. Tra le righe si percepiscono ordini confusi, paura diffusa e scarso coordinamento tra le linee — conferme da ciò che già si sa grazie ai reduci e ai bollettini alleati. Ma come hanno sottolineato gli esperti a Potsdam, il valore del documento sta anche nel suo carattere incompleto: è un frammento che mostra sia le possibilità sia i limiti delle tecnologie attuali.
La notizia ha acceso interesse anche tra gli appassionati di storia militare e negli ambienti accademici italiani. Il professor Stefano Bianchi, docente all’Università La Sapienza di Roma, ha commentato: “Questi esperimenti sono importanti proprio perché stimolano nuove domande. Anche una lettura parziale può aprire strade a ricerche e dibattiti.”
Per ora il documento resta accessibile agli studiosi su richiesta presso l’Archivio federale tedesco. Gli algoritmi impiegati saranno pubblicati nei prossimi mesi su riviste specializzate. Resta aperta una domanda: fino a che punto l’intelligenza artificiale può davvero aiutare gli storici? Come spesso succede in questi casi, la risposta arriverà solo col tempo.