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Diventare programmatori di videogiochi: guida passo passo per realizzare il tuo sogno

Giulio Righi by Giulio Righi
23 Aprile 2026
in Ultime notizie

Milano, 23 aprile 2026 – Da bambino, Andrea Rossi passava i pomeriggi chiuso nella cameretta di un bilocale in zona Lambrate, a Milano, a immaginare mondi che ancora non c’erano. Oggi, a trentadue anni, quel sogno di creare videogiochi si è trasformato in realtà: tra codici, pixel e notti insonni, c’è la gioia di vedere qualcuno divertirsi con una sua creazione. Un percorso nato quasi per caso, tra una partita a Super Mario e un manuale di programmazione scaricato di nascosto dal pc del padre. “Avevo otto anni e volevo solo capire come funzionava quel pupazzo che saltava,” ricorda Rossi con un sorriso.

La scintilla tra cartucce e vecchi PC

La passione è nata davanti a un vecchio Commodore 64: grafica semplice ma un mondo enorme davanti agli occhi. I pomeriggi volavano tra tentativi di copiare piccoli programmi Basic dalle riviste (“spesso non partivano, ma io non mollavo”), qualche litigio bonario con la sorella per il joystick, e i primi disegni su carta millimetrata per inventare nuovi livelli. “Non avevamo molti mezzi,” confida, “ma con la fantasia costruivo tutto.”

I genitori erano scettici – “pensavano fosse solo un gioco” – ma gli hanno sempre lasciato libertà. Solo dopo hanno capito quanto quella passione fosse seria.

Internet cambia tutto: le prime community

Alle medie Rossi scopre il web. All’inizio solo forum e siti pieni di guide tradotte male. Qui incontra altri appassionati come lui. “Non c’erano social: ci scambiavamo consigli su chat IRC, ci aiutavamo coi problemi di codice,” racconta. È qui che impara le basi del C++, facendo i conti con tutte le difficoltà dell’autodidatta. In terza media pubblica il suo primo minigioco online: un clone di Tetris che gli amici della rete apprezzano molto.

A quattordici anni fa il salto: si iscrive a un corso serale in una scuola privata vicino a Centrale. I soldi li mette da parte con piccoli lavori estivi. “C’erano adulti che volevano cambiare lavoro; io ero il più giovane.” Passava le notti a smanettare sul portatile regalato dai genitori per la promozione.

Da hobby a mestiere: l’ingresso nell’industria

Dopo il diploma si iscrive all’Università degli Studi di Milano in Informatica. Il vero salto arriva però più tardi: al secondo anno viene scelto per uno stage in una startup locale che fa giochi educativi. “Facevo un po’ di tutto: programmavo, disegnavo, testavo,” racconta Rossi. Quel lavoro gli fa scoprire l’altra faccia dell’industria: scadenze strette, revisioni continue e budget sempre risicati.

Nei mesi successivi lavora come freelance per piccoli studi italiani e stranieri su titoli mobile poco noti e avventure grafiche per il mercato tedesco. “Non era la Silicon Valley,” ammette, “ma mi sono fatto un buon portfolio.” Nel 2019 arriva il primo contratto vero come game designer in un’azienda milanese di medie dimensioni.

L’indipendenza e la sfida dei piccoli studi

La pandemia segna una svolta decisiva. Con il lockdown arriva il tempo forzato per provare progetti personali. Nel 2021 fonda con tre amici una piccola etichetta indipendente, “Piccoli Pixel”, in uno spazio coworking vicino a Porta Romana. Il loro primo titolo, “Light and Shadows”, un puzzle narrativo ambientato in una Milano sognante, attira subito l’attenzione della stampa specializzata ed è selezionato alla Gamescom di Colonia nella sezione Indie.

Non è stato facile: “Problemi tecnici e ritardi ci hanno messo sotto pressione. A volte sembrava troppo grande per noi,” confessa Andrea. Ma la tenacia ha pagato: nel 2023 il gioco esce su Steam e conquista una nicchia fedele di giocatori. Oggi nel team ci sono sei persone tutte under 35.

Nuovi orizzonti: sogni reali da inseguire

Andrea oggi divide le giornate tra riunioni con publisher esteri e sessioni di brainstorming con la squadra. Sta lavorando a un nuovo gioco – ancora segreto – previsto entro fine 2026. Sa che non è una strada facile: “Ci vuole pazienza e tanta voglia di imparare dagli errori,” ripete spesso agli studenti delle scuole superiori che incontra.

Il mercato italiano dei videogiochi resta complicato (“abbiamo pochi incentivi rispetto ad altri Paesi”), ma Rossi vede segnali positivi: “Quando incontro ragazzi con lo stesso sogno che avevo io capisco che ne è valsa la pena.” Fare videogiochi oggi vuol dire mescolare passione e fatica – tra notti davanti al monitor e la soddisfazione enorme nel vedere il proprio mondo prendere vita sullo schermo degli altri.

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