Milano, 6 ottobre 2026 – Da anni molti genitori si chiedono come proteggere i propri figli dai contenuti per adulti su Internet. La domanda resta più che mai urgente. La paura di lasciare i bambini davanti a uno schermo senza controlli si è fatta concreta dopo l’ultimo episodio segnalato dal Centro nazionale per la sicurezza online: un bimbo di otto anni di San Donato Milanese ha incappato accidentalmente in immagini inadatte mentre faceva ricerche scolastiche sul tablet di casa. A raccontarlo è stata la madre durante un incontro con altri genitori all’istituto comprensivo di via Gramsci, sintetizzando una preoccupazione che ormai accomuna tante famiglie.
Come funzionano i filtri: browser e app dedicate
Gli esperti dell’Associazione italiana genitori digitali ricordano che il primo passo sono le impostazioni dei browser più usati, come Google Chrome, Microsoft Edge e Safari. “Non serve essere smanettoni”, dice Marco Tucci, consulente informatico milanese. “Basta andare nelle impostazioni privacy o sicurezza”. Qui si trova la funzione ‘Safe Search’ o ‘Ricerca sicura’, che aiuta a bloccare, anche se non completamente, i contenuti non adatti ai più piccoli. Non è una barriera impenetrabile – avverte Tucci – ma è un filtro rapido e gratuito da attivare subito.
Il discorso cambia un po’ sui dispositivi mobili. Alcuni smartphone Android offrono già controlli parentali nel menù delle impostazioni digitali. Su iPhone e iPad, invece, la funzione ‘Tempo di utilizzo’ consente ai genitori di bloccare siti specifici o categorie intere con pochi passaggi: si crea un codice segreto, si scelgono le restrizioni e si salva tutto. “Io lo faccio ogni volta che cambio telefono ai miei figli”, racconta Silvia Gatti, impiegata di Cologno Monzese. “Ci sono tutorial online facili da seguire”.
Le app dedicate e i costi da sostenere
Oltre ai filtri base ci sono le app per il parental control, come Qustodio, Family Link (di Google) e Net Nanny, tra le più scaricate negli store digitali. Per funzionare vanno installate sia sul telefono dei genitori sia su quello dei ragazzi. Permettono di bloccare siti vietati, fissare limiti orari, ricevere notifiche in tempo reale e tenere d’occhio la cronologia delle ricerche.
I prezzi? Alcune app base sono gratuite (come Family Link), altre chiedono un abbonamento mensile che va dai 4 ai 10 euro in base alle funzioni attivate. “Per molti genitori vale la pena spendere qualcosa se serve a dormire sonni tranquilli”, confida Luca Villa, papà di due adolescenti, durante un workshop all’oratorio San Giovanni Bosco lo scorso weekend.
I limiti dei filtri automatici e il ruolo della famiglia
Le soluzioni tecnologiche aiutano ma non bastano da sole. “I filtri non sono perfetti”, ammette Tucci. “Un bambino curioso può aggirarli in pochi clic, magari grazie a consigli di amici più grandi”. E lo conferma una ricerca dell’Università Bicocca del 2025 su 900 famiglie lombarde: il 31% dice che i figli hanno trovato modi per accedere a contenuti vietati anche con i blocchi attivati.
Gli psicologi suggeriscono quindi di affiancare al controllo digitale un dialogo aperto sui rischi del web. “Solo così – spiega la pedagogista Chiara Manzi – il controllo non diventa un tabù ma diventa un percorso condiviso”. Aggiunge: “Meglio non nascondere ai ragazzi che certi siti esistono e possono metterli a disagio”. Ma spesso molti genitori puntano solo sugli strumenti digitali pensando bastino.
Un problema in crescita: i dati recenti
Secondo il Ministero dell’Istruzione, nell’ultimo anno le segnalazioni di minori esposti per errore a immagini inappropriate mentre navigavano a casa sono aumentate del 18%. Gli orari più critici? Tra le 16 e le 19, subito dopo la scuola, quando molti genitori non sono ancora rientrati.
Le scuole – soprattutto nelle grandi città come Milano e Torino – hanno iniziato da tempo corsi sulla cittadinanza digitale. Ma resta il fatto che i pericoli online non si eliminano con un clic o una password. “È una battaglia quotidiana”, conclude Villa osservando il figlio mentre studia al portatile.
L’allerta rimane alta. E la strada migliore sembra essere quella giusta combinazione tra tecnologia e presenza reale: spiegazioni pazienti, domande sincere e qualche regola scritta affissa accanto al computer in salotto.