Trump e Groenlandia: sfide economiche globali tra terre rare e risorse strategiche

Cristina Manetti

11 Gennaio 2026

Caracas, 11 gennaio 2026 – Venezuela e Groenlandia, protagonisti inattesi nel nuovo scacchiere economico mondiale. Due territori distanti, uno nel cuore del Sud America, l’altro nell’Artico, ma accomunati da un fattore decisivo: la presenza di risorse strategiche, terre rare e materie prime essenziali per la rivoluzione energetica e tecnologica in corso. Cosa rende così importanti Caracas e Nuuk? E quali nuovi equilibri si stanno formando attorno a questi due punti sulla mappa?

Terre rare e materie prime: l’oro nascosto del Venezuela

Il Venezuela è da sempre sinonimo di petrolio, ma oggi sta puntando su qualcosa di ancora più prezioso. Negli ultimi anni, diversi studi – fra cui una ricerca dell’Universidad Central de Venezuela pubblicata nel 2025 – hanno confermato la presenza significativa di minerali rari come litio, coltan e nichel nelle regioni di Bolívar e Amazonas. Sono materie indispensabili per batterie, elettronica e infrastrutture energetiche.

Il governo Maduro parla spesso con orgoglio di queste risorse. “Abbiamo in casa ciò che il mondo cerca per le nuove tecnologie”, ha detto il ministro dell’Energia Rafael Tellechea a ottobre in un’intervista alla stampa locale. Ma la strada è tutt’altro che semplice. Le sanzioni internazionali, le infrastrutture fragili e la situazione politica complicata rendono difficile sfruttare davvero queste ricchezze.

Secondo l’ultimo rapporto della Banca Interamericana di Sviluppo (BID), uscito a fine novembre 2025, solo il 18% dei giacimenti venezuelani di terre rare è effettivamente accessibile alle grandi aziende internazionali. Il resto rimane off limits o sotto il controllo di gruppi armati locali. Una questione delicata, che preoccupa le ong: “Uno sfruttamento senza regole può aggravare la crisi ambientale e sociale”, avverte un portavoce di Human Rights Watch a Caracas.

Groenlandia: ghiaccio che si scioglie e risorse contese

Dall’altra parte dell’Atlantico c’è la Groenlandia. Pur autonoma, resta sotto la sovranità danese ed è diventata un punto caldo per gli interessi globali. Qui si guarda soprattutto all’uranio, allo zinco e alle preziose terre rare, essenziali per le tecnologie verdi e la difesa. Lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale ha aperto nuovi orizzonti: depositi minerari prima inaccessibili ora sono alla portata.

Un rapporto dell’Arctic Economic Council di dicembre segnala che nel 2025 le richieste di esplorazione mineraria sono aumentate del 37% rispetto ai due anni precedenti. La “corsa all’Artico” vede protagonisti Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Pechino punta a finanziare porti e strade sull’isola; Washington invece vuole collaborare con il governo locale per garantire forniture sicure al mercato americano.

La premier groenlandese Múte B. Egede ha spiegato lo scorso ottobre: “La Groenlandia può diventare una nuova frontiera economica, ma serve un piano che protegga ambiente e comunità locali”. Solo così – dicono gli esperti ambientali – si potrà trasformare questa opportunità in uno sviluppo sostenibile.

Perché tutto questo interessa l’economia mondiale

Dietro l’attenzione su Venezuela e Groenlandia ci sono dinamiche globali ben più ampie. Le terre rare sono alla base di magneti potenti, smartphone, auto elettriche e sistemi militari avanzati. Oggi circa l’80% della raffinazione mondiale passa dalla Cina – come conferma l’US Geological Survey nel suo bollettino di dicembre 2025 – ma la domanda cresce e l’Occidente spinge a trovare fonti alternative.

Così Caracas e Nuuk finiscono al centro di negoziati economici e diplomatici importanti. La Commissione Europea stessa, con il suo piano “Critical Raw Materials Act”, ha inserito entrambe tra i possibili partner strategici per il futuro degli approvvigionamenti. Non mancano però le difficoltà: infrastrutture carenti in Sud America; rischi ambientali nell’Artico; tensioni tra governi nazionali e autorità locali.

Da Bruxelles spiegano chiaro: senza accesso a queste materie prime non si può pensare a una vera transizione energetica. “Il futuro passa anche da qui – confida un funzionario europeo vicino al dossier –, tra giacimenti da esplorare e alleanze da ricostruire.”

Nuove sfide e alleanze che cambiano il gioco

L’interesse crescente su Venezuela e Groenlandia riporta sotto i riflettori il tema della sicurezza nelle catene produttive mondiali. Non si tratta solo di numeri o investimenti; dietro ogni miniera c’è una scelta politica, c’è un rischio per l’ambiente e per i diritti delle comunità locali.

In questa fase cruciale – dicono fonti Onu sentite da alanews.it – si stanno tenendo tavoli tecnici tra governi latinoamericani ed europei per mettere a punto standard comuni sulle estrazioni.

La partita è ancora aperta. Quello che accadrà tra Caracas e Nuuk potrebbe cambiare i giochi dell’economia delle materie prime nei prossimi anni. Per le grandi potenze è già tempo di agire: le risorse strategiche sono tornate a dettare legge sulla scena internazionale.

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