Roma, 5 febbraio 2026 – L’immagine dello squalo come padrone incontrastato degli oceani, il predatore per eccellenza, comincia a scricchiolare. Quello che per biologi e cineasti è stato quasi un simbolo, oggi appare invece minacciato da un nemico ben noto: l’uomo. A discuterne sono oggi i ricercatori dell’Università di Pisa e dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), riuniti nella capitale per un convegno dedicato ai cambiamenti della fauna marina. La sala conferenze di via Salaria ospita biologi marini, ambientalisti e funzionari ministeriali: la domanda che resta sospesa è una sola – che fine faranno gli squali?
Il mito del predatore che vacilla
Secondo l’ultimo rapporto dell’ISPRA, dal 1970 ad oggi le popolazioni di squalo nel Mediterraneo sono crollate di oltre il 90%. Numeri che pesano, anche se non sorprendono più gli esperti. La colpa principale? Una pesca troppo intensa e spesso accidentale. «Lo squalo non domina più come una volta», spiega Elena Ferri, biologa marina. E non si parla solo di catture illegali: «Nei porti di Mazara del Vallo o Chioggia ogni settimana arrivano decine di squali, tra pinne e carcasse», racconta Ferri.
È solo allora che si capisce davvero quanto rischi questo “re del mare” di finire marginalizzato. Eppure nell’immaginario collettivo resta salda l’idea dello squalo come grande predatore. Merito anche dei film cult come “Lo squalo” di Spielberg, ma la realtà è ben diversa.
Uomo protagonista: pesca e inquinamento
Le ragioni del declino sono tante. Gli esperti indicano soprattutto la pesca commerciale, responsabile della maggior parte delle morti degli squali. Spesso si tratta di catture involontarie: reti a strascico pensate per orate o triglie finiscono per intrappolare anche esemplari giovani di verdesca o mako. «Il problema vero è che lo squalo cresce lentamente e fa pochi piccoli», spiega Giovanni Neri, ricercatore ISPRA, «basta poco per mettere a rischio intere popolazioni».
A questo si somma l’inquinamento: plastiche e microplastiche vengono trovate negli stomaci degli squali costieri (dati raccolti tra Capraia e Lampedusa). Alcuni esemplari mostrano lesioni interne chiaramente legate all’impatto umano. «Abbiamo visto malformazioni mai documentate prima», aggiunge Neri.
Il clima cambia, i mari cambiano
Il cambiamento climatico non risparmia i nostri mari. Le temperature più alte spingono le prede abituali degli squali verso nord o in acque più profonde. Non è raro ormai vedere specie africane avvicinarsi a Ponza o alle Egadi. Questo costringe gli squali a spostarsi in nuove zone, dove la competizione aumenta e il cibo scarseggia.
Nel dossier ISPRA 2025 si legge che «alcune specie rischiano l’estinzione locale entro il 2030» se non si interviene in fretta. Serve un cambio di passo: «Servono aree protette vere, non solo sulla carta», sottolinea Ferri durante il dibattito.
Tra mito e paura: l’impatto culturale
La questione non è solo ecologica. La società italiana continua a vedere gli squali come predatori aggressivi da temere. Ma – sottolineano i biologi – in Italia gli incidenti con squali sono rarissimi: negli ultimi vent’anni meno di dieci casi registrati dalla Guardia Costiera.
Questa paura spesso dà vita a campagne mediatiche fuorvianti: «La paura dello squalo qui non ha fondamento», riconosce Neri. Solo con la divulgazione scientifica – basata su dati concreti e storie delle comunità locali – si può cambiare questa narrazione. Qualcosa sta già muovendosi: progetti scolastici a Livorno e Catania coinvolgono i bambini nella difesa della biodiversità marina.
Futuro incerto ma possibile
La sfida resta aperta. Per i promotori del convegno romano è urgente rivedere le regole sulla pesca e aumentare i controlli nei porti italiani. Anche il Ministero dell’Ambiente promette nuovi fondi per la ricerca nei mesi a venire.
«Solo un lavoro condiviso tra scienza, politica e cittadini può fermare questa tendenza», conclude Ferri con una cauta speranza nel futuro. Il tempo però è poco: salvare lo squalo non è solo un tema biologico, riguarda la nostra stessa relazione con il mare – fragile e spesso dimenticata. In gioco c’è molto più della sorte di un antico predatore: c’è il futuro degli ecosistemi marini italiani.
