Milano, 4 febbraio 2026 – Quasi tutti, almeno una volta, si sono chiesti perché sul finestrino dell’aereo ci sia un piccolo foro nella parte bassa. Si chiama ‘bleed hole’ e no, non è un difetto di fabbrica né una dimenticanza dei progettisti. Dietro c’è decenni di lavoro e studi sull’ingegneria aeronautica, una soluzione semplice ma fondamentale che aiuta a gestire la pressione a più di 10.000 metri di quota.
Il foro che tiene in forma il finestrino
Quel piccolo foro sul finestrino, spesso scambiato per una crepa o un difetto, ha invece un ruolo essenziale: serve a regolare la pressione dell’aria tra le tre lastre che formano il vetro. Gli esperti lo chiamano “bleed hole” perché permette proprio di “sfiatare” una parte della pressione, mantenendo l’equilibrio tra la cabina – dove l’aria viene compressa a livelli simili a quelli del mare – e l’esterno, con il suo ambiente rarefatto e gelido. Così la lastra esterna sopporta quasi tutto lo sforzo, mentre quella interna resta al sicuro, proteggendo i passeggeri.
Pressione sotto controllo oltre le nuvole
Quando l’aereo vola tra i 10 e i 12 mila metri di quota, la pressione interna è mantenuta artificialmente per permettere la respirazione. Ma la differenza rispetto all’esterno è ancora molto grande: circa mezzo bar o poco più. Qui entra in gioco il bleed hole. “Serve proprio a evitare che si accumulino tensioni troppo forti sulle lastre vicine ai passeggeri”, spiega Lorenzo Marchi, ingegnere aeronautico e consulente per una grande compagnia europea. “Senza quel piccolo foro, il vetro interno potrebbe rompersi dopo pochi voli”.
Un dettaglio invisibile ma prezioso
Il foro non ha solo a che fare con la pressione. Aiuta anche a evitare l’appannamento dei finestrini, lasciando passare aria tra le due lastre interne così da impedire che si formi condensa anche quando fuori fa freddo da congelare, sotto i -50 gradi. “Spesso i passeggeri mi chiedono se quel buchino sia un difetto,” racconta Valentina Riva, assistente di volo dal 2012 su rotte intercontinentali. “Rimangono sorpresi quando spiego a cosa serve davvero.” Eppure basta guardare con attenzione: ogni finestrino ce l’ha.
Dall’idea ai regolamenti di sicurezza
L’uso del bleed hole non è cosa recente. Secondo le cronache della Boeing, i primi modelli con questo foro risalgono agli anni ’60, dopo incidenti legati alla rottura della cabina. Da allora tutte le grandi case costruttrici hanno adottato questa soluzione sui loro modelli commerciali. Nei manuali di sicurezza è definito come un elemento “non rimovibile né manomissibile”, pena la perdita delle certificazioni internazionali. È qui che si capisce quanto ogni minimo dettaglio sia regolato con mano ferma.
Nessun rischio per chi vola
E se qualcuno si preoccupasse? “Non c’è alcun pericolo per i passeggeri,” assicura Andrea Bellotti, responsabile manutenzione in uno scalo milanese. “Il foro è talmente piccolo da non mettere in discussione la tenuta del vetro né la sicurezza del volo.” Inoltre gli oblò vengono controllati regolarmente durante ogni ispezione tecnica; eventuali crepe o problemi vengono individuati subito e sostituiti prima che diventino un rischio.
Quando anche un piccolo buco fa la differenza
Insomma, il bleed hole non è solo una curiosità per gli appassionati di aviazione. Racconta come nell’ingegneria aeronautica nulla venga lasciato al caso: anche quello che sembra un minuscolo buco è il frutto di anni di esperienza e ricerca. Un esempio concreto di tecnologia invisibile agli occhi ma fondamentale ogni volta che si sale su un aereo in partenza per qualsiasi angolo del mondo.
