Scoperto nel gelo artico cimitero nucleare sovietico nascosto da 40 anni con rifiuti radioattivi non registrati

Salvatore Broggi

13 Gennaio 2026

Mosca, 13 gennaio 2026 – Nei fondali del Mar di Kara sono state trovate due imbarcazioni cariche di rifiuti radioattivi mai segnalate negli archivi dell’ex Unione Sovietica. La scoperta è frutto di una spedizione russa, che lo scorso dicembre ha esplorato queste acque artiche a nord della Siberia. L’annuncio è arrivato oggi dall’agenzia federale per l’energia atomica Rosatom e apre nuovi dubbi sulla gestione dei materiali nucleari ai tempi dell’Urss.

Fondali artici: cosa ha scoperto la spedizione

A guidare l’indagine è stato il Centro di Ricerca Artica di San Pietroburgo, che ha operato dalla nave “Akademik Keldysh” con l’aiuto di veicoli sottomarini telecomandati. Le due carcasse metalliche, visibili nelle immagini diffuse questa mattina, giacciono a circa 380 metri di profondità, vicino all’estuario del fiume Yenisei. I relitti sono pesantemente danneggiati e nella stiva si notano numerosi contenitori cilindrici. “La radioattività rilevata è molto più alta dei livelli naturali”, ha spiegato Alexei Shadrin, capo scientifico della missione, durante la conferenza stampa. Gli strumenti hanno registrato picchi fino a 1.300 microsievert all’ora intorno agli scafi.

Un buco negli archivi sovietici: nessuna traccia delle navi

Rosatom sottolinea che queste imbarcazioni non figurano in nessun archivio conosciuto sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi sovietici. “Nei registri degli anni ’60 e ’70, così come nei documenti successivi, non c’è alcun riferimento”, ha detto Vladimir Korolev, storico dell’istituto Kurchatov. Il Mar di Kara è già tristemente famoso per i numerosi depositi sommersi di materiali nucleari lasciati dalla Guerra Fredda, ma finora queste due navi erano sconosciute. “Solo ora possiamo confermare la loro presenza”, ha aggiunto Korolev.

Allarme ambientale: i rischi per l’Artico

La notizia ha subito fatto scattare l’allarme tra gli ambientalisti. Greenpeace Russia ricorda che nel Mar di Kara sono già presenti almeno 17.000 container con rifiuti radioattivi, oltre a tre reattori nucleari affondati e documentati. Ekaterina Grigorjeva, responsabile della campagna artica dell’associazione, mette in guardia dal rischio che la corrosione e il movimento dei ghiacci possano rompere le strutture, causando fuoriuscite pericolose. Al momento non ci sono segnali di contaminazione nelle acque circostanti – precisano i tecnici russi –, ma il monitoraggio sarà intensificato nelle settimane a venire. Rosatom rassicura che “non ci sono rischi immediati per le persone che vivono nella zona”, senza però escludere possibili interventi in futuro.

Un’eredità nucleare ancora aperta

L’inquinamento radioattivo nel Mar di Kara risale ai tempi della Guerra Fredda: tra il 1959 e il 1992, stime dell’AIEA parlano di almeno 18 reattori scaricati in mare insieme a decine di migliaia di tonnellate di materiali contaminati. Negli ultimi vent’anni, studi condotti da esperti russi e norvegesi hanno mappato decine di siti a rischio — tra cui il relitto del sottomarino K-27 affondato nel 1981. La scoperta delle due nuove imbarcazioni sconosciute rende però la situazione ancora più complicata.

Cosa succederà ora: indagini e cooperazione internazionale

I ricercatori vogliono ora analizzare i campioni prelevati dai relitti per capire cosa contengono esattamente quei rifiuti e quanto siano pericolosi. Non si esclude un coinvolgimento anche di istituti norvegesi e britannici, da tempo impegnati nel monitoraggio dell’Artico. “Serve più trasparenza – chiede Grigorjeva – e un dibattito pubblico serio su come gestire questa eredità”. Anche sul piano diplomatico la questione resta aperta: Oslo e Mosca hanno mantenuto un dialogo costante proprio sulla sicurezza ambientale nei mari del nord.

In attesa dei prossimi rilievi, questa spedizione riporta sotto i riflettori uno dei nodi più delicati della stagione sovietica: la gestione dei rifiuti radioattivi sommersi e la tutela delle acque artiche, ancora oggi tra le meno conosciute al mondo. “Molto resta da scoprire”, ha concluso Shadrin con un tono prudente.

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