Milano, 13 gennaio 2026 – Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha annunciato oggi di aver ottenuto dati diretti sull’atmosfera terrestre primordiale analizzando bolle d’aria intrappolate in minerali vecchi più di tre miliardi di anni. Lo studio, pubblicato su Nature Geoscience e guidato dal geochimico Mark Hamilton, segna un passo importante per capire meglio le origini della vita sulla Terra. Fino a oggi, infatti, le ricostruzioni sull’atmosfera antica si basavano soprattutto su modelli indiretti e simulazioni. Ora, queste minuscole sacche gassose—conservate come piccole casseforti nelle rocce—offrono una finestra senza precedenti su come respirava il nostro pianeta nelle sue prime fasi.
L’importanza delle bolle d’aria fossili
I campioni sono stati raccolti nella zona del Pilbara, in Australia occidentale, durante una spedizione iniziata nell’estate del 2025 e conclusa appena tre mesi fa. Dentro quarzi e feldspati—minerali comuni in quei depositi—i ricercatori hanno trovato bolle d’aria fossili grandi quanto un granello di polline. Usando tecniche di spettrometria di massa molto precise, Hamilton e il suo team sono riusciti a isolare e studiare la composizione dei gas sigillati all’interno. “Queste bolle si sono formate quando i minerali si cristallizzarono,” ha spiegato stamani Hamilton durante una conferenza a Cambridge, “catturando istantanee vere dell’aria che si respirava oltre tre miliardi di anni fa.”
Un’atmosfera lontana da quella attuale
I risultati sono sorprendenti. Dalle analisi emerge che la concentrazione di ossigeno era meno dello 0,1% rispetto all’attuale 21%. È la conferma che la Terra primordiale era avvolta da un’atmosfera povera di ossigeno e ricca invece di altri gas come azoto, anidride carbonica e tracce di metano. Solo con l’arrivo delle prime forme di vita fotosintetica—avvenuto alcuni miliardi di anni dopo—l’ossigeno iniziò a salire fino ai livelli che conosciamo oggi. “Questa è una prova diretta della cosiddetta ‘Great Oxidation Event’, tra 2,4 e 2 miliardi di anni fa,” ha aggiunto Hamilton. L’aumento dell’ossigeno cambiò profondamente la chimica della Terra, aprendo la strada alla vita complessa.
Nuove strade per la ricerca scientifica
Finora gli scienziati avevano solo tracce indirette: impronte chimiche nei minerali, isotopi nel terreno, simulazioni al computer. Ora invece queste bolle d’aria antiche permettono un confronto diretto tra dati reali e teorie. Laura Bianchi, paleoclimatologa dell’Università di Bologna (non coinvolta nello studio), parla chiaro: “Abbiamo davanti a noi una fonte primaria senza precedenti: un vero archivio naturale.” Eppure restano molte domande aperte: “Stiamo già lavorando su campioni più recenti,” ha detto Hamilton, “per capire come è cambiata l’atmosfera durante eventi catastrofici come impatti meteorici o eruzioni vulcaniche.” In pratica i geologi sperano che questo metodo possa aiutarli a studiare anche altri momenti critici della storia della Terra.
Guardando oltre: possibili applicazioni su Marte?
Non solo il passato terrestre interessa gli studiosi. Alcuni ritengono che lo stesso metodo possa tornare utile nell’esplorazione di altri pianeti. “Le prossime missioni robotiche su Marte potrebbero analizzare bolle d’aria intrappolate nei minerali marziani,” suggerisce Enrico Rossi dell’INAF di Roma. L’idea è che questi piccoli frammenti possano contenere informazioni preziose sull’evoluzione del clima del pianeta rosso. Forse persino offrire indizi sulla possibilità che Marte abbia ospitato condizioni adatte alla vita in tempi lontani.
Tra geologia e biologia: una nuova frontiera si apre
L’annuncio ha acceso l’interesse non solo dei geologi ma anche dei biologi evoluzionisti. L’atmosfera primordiale influenzava l’energia chimica disponibile per le prime forme viventi: “Studiare queste bolle ci aiuta a capire non solo cosa c’era nell’aria ma anche come si è sviluppata la biochimica essenziale alla vita,” spiega Serena Falcone dell’Università La Sapienza. La ricerca apre così nuove strade interdisciplinari e spinge a rivedere diverse teorie sulle origini della vita sulla Terra.
Per ora i dati raccolti dalla spedizione australiana sono solo un punto di partenza. Eppure, come racconta uno dei tecnici impegnati negli scavi (“sembrava di cercare oro in una miniera polverosa”), ogni bolla recuperata ha il sapore di una piccola scoperta capace di cambiare il modo in cui guardiamo al nostro passato più remoto.
