Milano, 9 gennaio 2026 – Una nuova tecnica di microscopia ha aperto una finestra sulle fibre microscopiche all’interno dei tessuti umani, offrendo uno sguardo inedito sulle dinamiche che portano al loro deterioramento in malattie come l’Alzheimer. Lo studio, appena pubblicato su “Nature Methods”, è frutto del lavoro di un team dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e del Politecnico di Milano, con il sostegno del Ministero della Salute. Tra gli autori, la professoressa Marta Zampieri e il dottor Paolo Rinaldi spiegano che questa scoperta potrebbe rivoluzionare il modo in cui capiamo i meccanismi dietro le patologie neurodegenerative.
Microscopio ad altissima risoluzione: un’occhiata mai vista prima nei tessuti
La nuova tecnica, chiamata “Raman Nanoscopy”, permette di studiare le fibre con una precisione mai raggiunta finora su campioni biologici. I ricercatori hanno esaminato cellule prelevate da tessuti cerebrali sani e da pazienti affetti da Alzheimer. “Ora possiamo vedere dettagli che prima erano solo ipotesi. Le fibre di collagene, elastina e altre proteine mostrano cambiamenti sottili, invisibili con i metodi tradizionali”, ha raccontato la professoressa Zampieri ieri mattina all’IEO, mentre mostrava alcune immagini al microscopio a una delegazione straniera.
Questo metodo non si limita a individuare le fibre nel tessuto. Aiuta anche a capire come si organizzano, si piegano e si consumano nel tempo. “Nell’Alzheimer le strutture sembrano disordinate, quasi come se avessero dimenticato la loro forma originale”, ha spiegato Rinaldi. Fino ad oggi, questi dettagli erano fuori dalla nostra portata.
Alzheimer e malattie neurodegenerative: nuovi orizzonti per la ricerca
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che oggi circa 55 milioni di persone convivano con la demenza, e che il 60-70% di questi casi siano legati all’Alzheimer. Un nodo ancora irrisolto riguarda come le fibre proteiche – incluse le famigerate placche amiloidi – cambino forma nelle prime fasi della malattia.
La “Raman Nanoscopy”, testata su campioni raccolti tra aprile e settembre 2025 all’Ospedale San Raffaele, ha messo a confronto tessuti di pazienti con diagnosi recente e soggetti senza segni clinici evidenti. I primi risultati mostrano differenze nette nelle fibre anche prima che compaiano i sintomi più gravi. “È come assistere al processo dall’interno. Solo così ti rendi conto che qualcosa si rompe molto prima di quanto immaginassimo”, ha raccontato uno dei tecnici indicando i dati sullo spettrometro.
Verso diagnosi più precoci e terapie su misura
Gli autori credono che questa tecnica possa aiutare sia a diagnosticare prima sia a mettere a punto farmaci mirati. La possibilità di osservare in tempo reale i cambiamenti delle fibre permetterà – secondo Zampieri – “di trovare biomarcatori che finora ci sfuggivano”.
Il prossimo passo sarà ampliare l’applicazione del metodo coinvolgendo centri clinici in tutta Europa. Il dottor Rinaldi ha aggiunto che sono già partiti contatti con istituti in Germania e Spagna: “Vogliamo capire se lo stesso approccio funziona anche per altre malattie dove le fibre si danneggiano: il Parkinson, la sclerosi multipla, alcune cardiopatie”.
Le sfide ancora da superare
Non mancano però gli ostacoli. La tecnologia richiede strumenti molto avanzati e personale altamente specializzato. Alcuni esperti sottolineano anche che i dati ottenuti dai campioni umani devono essere confermati su scala più ampia prima che la “Raman Nanoscopy” possa entrare nella routine degli ospedali. Per ora resta soprattutto una conquista scientifica.
Nei corridoi dell’IEO ieri pomeriggio si respirava un misto di entusiasmo e prudenza. La giovane ricercatrice Sara Gatti ha ammesso: “Ogni scoperta apre nuove domande. Però questa volta abbiamo davvero l’impressione che qualcosa possa cambiare nella lotta contro l’Alzheimer”.
Il futuro della ricerca: speranze e prospettive
In attesa dei prossimi sviluppi, i ricercatori sono convinti che questa tecnica spalancherà nuove strade per la ricerca e per la cura clinica. Il Ministero della Salute ha già annunciato finanziamenti extra per proseguire il lavoro. “Stiamo solo iniziando a capire quanto siano importanti queste fibre invisibili”, ha concluso Zampieri. Un passo piccolo in laboratorio, ma che potrebbe fare molta strada negli anni a venire nella lotta contro le malattie neurodegenerative.
