Scoperta rivoluzionaria: rete microscopica nascosta in tutto il corpo umano apre nuove frontiere per la medicina

Salvatore Broggi

9 Gennaio 2026

Milano, 9 gennaio 2026 – Una tecnica innovativa di imaging, messa a punto dai ricercatori del Politecnico di Milano e dell’Istituto Neurologico Besta, potrebbe cambiare per sempre il modo in cui comprendiamo il deterioramento dei tessuti cerebrali nelle malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer. Il metodo, descritto nell’ultimo numero di Nature Communications, consente per la prima volta di vedere direttamente le fibre microscopiche che attraversano ogni tessuto e di seguirne i cambiamenti nei vari stadi della malattia.

Scoperta italiana svela i segreti delle fibre microscopiche

Al centro della ricerca c’è una nuova versione della microscopia a super-risoluzione, tecnologia che negli ultimi anni ha già dato una svolta alle neuroscienze. Il gruppo guidato dalla professoressa Maria Teresa Raimondi ha sviluppato un approccio capace di “leggere” come sono disposte le fibre e quanto sono integre, con precisione al livello nanometrico. “Abbiamo visto come le fibre, soprattutto quelle proteiche, si sistemano nei tessuti sani e come questa struttura cambia nelle prime fasi delle malattie neurodegenerative”, ha spiegato Raimondi mostrando alcune immagini raccolte nei laboratori del Dipartimento di Bioingegneria.

L’interesse per queste strutture cresce rapidamente. Le fibre di collagene, ad esempio, danno sostegno ai tessuti, mentre altre fibre sottili aiutano il passaggio di segnali e nutrienti nelle cellule nervose. Quando queste reti si rompono o si disorganizzano, le cellule perdono forza e funzionano peggio.

Un nuovo sguardo sul declino nell’Alzheimer

Proprio nell’Alzheimer—che colpisce quasi un milione di italiani secondo l’ISS nel 2025—il deterioramento delle fibre è legato alla perdita graduale delle capacità cognitive. Lo studio milanese ha documentato come le fibre proteiche nel cervello tendano a spezzarsi o deformarsi già nelle fasi iniziali della malattia. “Le immagini mostrano interruzioni che con le tecniche tradizionali non si riuscivano a vedere”, racconta il ricercatore Paolo Viganò.

Il team ha analizzato sia campioni animali sia tessuti umani donati da pazienti affetti da diverse forme di demenza. I risultati sembrano mettere in luce un legame diretto tra la rottura delle fibre e la progressione dei sintomi. Serviranno però ulteriori studi per capire bene i meccanismi coinvolti, come ammettono gli stessi scienziati.

Diagnosi più precoci e cure su misura all’orizzonte

Una delle prospettive più interessanti riguarda la possibilità di scoprire l’Alzheimer in anticipo, prima che emergano i problemi evidenti alla memoria. Con questa tecnica, infatti, i medici potrebbero individuare piccole alterazioni nei tessuti cerebrali tramite biopsie poco invasive o – in futuro – con marcatori presenti nel sangue.

La professoressa Raimondi è prudente ma speranzosa: “Potremmo arrivare a capire chi è a rischio con anni di anticipo e magari intervenire prima che i neuroni vadano persi per sempre”. Per ora però la tecnica resta riservata ai laboratori specializzati: serve infatti un’apparecchiatura avanzata che non tutti gli ospedali hanno ancora.

La sfida della ricerca e cosa ci aspetta

Il progetto è stato finanziato dall’Europa attraverso Horizon 2020 e realizzato con la collaborazione di centri svizzeri e tedeschi. Nei prossimi mesi partirà una sperimentazione clinica all’Istituto Besta su una trentina di pazienti con diagnosi recente.

Gli esperti—tra cui il neurologo Fabrizio Lombardi—puntano a usare questo strumento non solo per l’Alzheimer, ma anche per altre malattie dove le fibre dei tessuti giocano un ruolo importante, dal Parkinson alla sclerosi laterale amiotrofica. “Se riusciremo a cogliere questi segnali fin dall’inizio”, spiega Lombardi, “potremo davvero cambiare il modo in cui affrontiamo tutte le malattie neurodegenerative”.

La comunità scientifica internazionale segue da vicino questa ricerca. Gli editorialisti di The Lancet Neurology hanno già definito lo studio “un passo avanti importante”, sottolineando come osservare la salute delle fibre microscopiche rappresenti una frontiera ancora poco esplorata in medicina.

Solo quando la ricerca dialogherà senza ostacoli con la pratica clinica potremo sperare davvero di fermare o rallentare il declino causato dalle malattie del cervello. Ma intanto quel primo passo oggi è stato fatto.

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