Scoperta la galassia fantasma CDG-2: quasi tutta materia oscura a 300 milioni di anni luce

Salvatore Broggi

20 Marzo 2026

Milano, 20 marzo 2026 – Un team internazionale guidato dall’Università di Bologna e dal Max Planck Institute ha individuato una delle galassie più oscure mai osservate, a circa 300 milioni di anni luce dalla Terra. Battezzata CDG-2, questa galassia ha subito attirato l’attenzione per la sua natura misteriosa. La scoperta arriva grazie ai dati raccolti con il radiotelescopio MeerKAT in Sudafrica, e lascia gli astronomi con più domande che risposte. Perché? Non tanto per la sua luce — o meglio, per la scarsissima luce che emette: CDG-2 è quasi invisibile anche agli strumenti più avanzati.

Galassia oscura: cosa si sa di CDG-2

La prima volta che è apparsa nelle immagini era il pomeriggio del 12 febbraio, intorno alle 17 ora italiana. Gli astronomi stavano studiando una zona ai margini dell’ammasso Abell 2744 quando è saltata fuori questa presenza anomala, chiamata appunto CDG-2. Non è come le galassie a spirale o ellittiche che conosciamo: qui la luce è quasi assente. “Abbiamo captato solo un debole bagliore di alcune stelle, una quantità irrisoria rispetto alla massa totale che stimiamo”, racconta la professoressa Marta Ricci dell’Università di Bologna. Il calcolo preliminare parla chiaro: il rapporto tra la materia visibile e quella totale è sbilanciato. Sembra che CDG-2 sia fatta quasi tutta di materia oscura.

Materia oscura protagonista

Il cuore del mistero ruota proprio attorno alla materia oscura. Invisibile agli occhi ma ben riconoscibile grazie agli effetti gravitazionali su ciò che vediamo, questa materia sembra comporre circa il 90% della massa totale di CDG-2. Per farsi un’idea, nella nostra Via Lattea la materia oscura si aggira intorno all’85%. “Una quota così alta è davvero rara in galassie di queste dimensioni”, spiega Ricci, suggerendo che questo potrebbe spiegare perché la galassia brilla così poco.

A rafforzare questa tesi ci pensa il gruppo del Max Planck. Stefan Müller, uno dei ricercatori coinvolti, dice: “Le stelle e il gas si muovono in modo tale da mostrare che qui manca quasi del tutto la materia ordinaria, quella fatta di atomi”. È stato allora chiaro: davanti a loro c’era qualcosa fuori dall’ordinario, una galassia quasi completamente oscura.

La difficoltà delle osservazioni

Scovare una galassia così debole non è stato affatto semplice. Gli scienziati hanno dovuto mettere insieme dati provenienti da diverse lunghezze d’onda — ottico, infrarosso e radio — per avere un quadro più chiaro. Nelle immagini CDG-2 appare come una macchia evanescente, difficile da distinguere dal nero profondo dello spazio. Solo grazie alla sensibilità del radiotelescopio sudafricano sono riusciti a rilevare deboli emissioni di idrogeno neutro, confermando così che non era un falso segnale o una nube casuale.

Un dettaglio interessante: i ricercatori hanno incrociato le loro osservazioni con i dati dello Sloan Digital Sky Survey e hanno trovato solo tracce debolissime nello stesso punto. “Questo tipo di scoperte – ammette Müller – richiedono pazienza e continue verifiche”.

Implicazioni e interrogativi

Ma perché una galassia dovrebbe essere così povera di stelle? Le ipotesi non mancano. Ricci suggerisce: “Può darsi che CDG-2 non abbia mai accumulato abbastanza gas per formare tante stelle o magari lo abbia perso molto tempo fa a causa di fattori esterni”. Il fatto che sia dominata dalla materia oscura indica condizioni molto diverse da quelle della nostra galassia al momento della sua formazione. C’è anche chi ipotizza forti interazioni gravitazionali con galassie vicine, capaci di “spogliare” CDG-2 del suo gas.

Nessuno però si azzarda a dare risposte definitive. Per ora sappiamo solo che questa galassia esiste ed è un laboratorio prezioso per capire meglio la materia oscura — uno dei grandi enigmi ancora aperti dell’astrofisica moderna.

Prossimi passi nella ricerca

La scoperta ha subito acceso il dibattito tra i ricercatori riuniti a Bologna e Berlino. Il gruppo punta ora a osservare CDG-2 con altri strumenti — tra cui il telescopio spaziale James Webb — per cercare segnali spettroscopici in grado di confermare o mettere in dubbio le ipotesi iniziali.

Dietro a tutto resta sempre la domanda fondamentale: quanto conosciamo davvero l’universo? Per Ricci è ancora troppo presto per trarre conclusioni nette: “Ci serviranno tempo e nuovi dati. Ma quando incontri galassie così ‘oscure’, ogni risposta apre nuove domande”.

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