Scoperta in Nuova Zelanda: colonia di corallo nero di 300 anni riaccende l’allarme sugli abissi

Salvatore Broggi

22 Gennaio 2026

Napoli, 22 gennaio 2026 – Una scoperta fatta a qualche centinaio di metri sotto la superficie al largo di Capo Palinuro, nel Cilento, ha riportato sotto i riflettori un tema ancora poco esplorato: la conoscenza — molto frammentaria — dei mari profondi. Nei giorni scorsi, un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II ha individuato una vasta colonia di corallo nero, tra i 150 e i 200 metri di profondità, stimata avere almeno cinque secoli. Gli esperti spiegano che strutture così ampie ma fragili sono vere e proprie sentinelle del passato: possono raccontare molto sull’evoluzione climatica e biologica degli oceani, aspetti spesso ignorati dalla ricerca e dall’opinione pubblica.

Una colonia antica nascosta nel Tirreno

Il team guidato dalla professoressa Marta Di Carlo parla di una colonia estesa più di trenta metri quadrati, tra le più grandi mai documentate nel Mediterraneo. “Abbiamo iniziato le immersioni con l’aiuto di veicoli telecomandati lo scorso novembre,” ha detto Di Carlo durante la conferenza stampa. La struttura si trova appoggiata su una parete rocciosa molto ripida, in una zona poco frequentata anche dai pescatori locali. La massa intricata di rami neri, punteggiata da piccoli organismi in simbiosi, è cresciuta senza attirare l’attenzione per secoli. Ma per gli scienziati è una miniera di informazioni.

Sentinelle silenziose del cambiamento climatico

Gli esperti concordano: il corallo nero (Antipatharia) cresce lentamente nelle acque profonde e buie, a differenza delle barriere coralline tropicali più sensibili alle variazioni della temperatura superficiale. Le analisi al radiocarbonio hanno datato gli esemplari vicino a Palinuro tra i 300 e i 550 anni. “Questi organismi hanno visto cambiare la chimica del mare dal XVII secolo a oggi”, spiega il ricercatore Antonio Russo. Gli strati del corallo sono come gli anelli degli alberi: raccontano la storia della salinità, della presenza di microplastiche e persino degli eventi vulcanici accaduti nei secoli.

Oceani profondi ancora poco conosciuti

Anche se il Mediterraneo è uno dei mari più studiati al mondo, le zone oltre i 100 metri restano spesso fuori dalla portata delle indagini ordinarie. “Ora la tecnologia ci permette di spingerci più in profondità,” spiega Di Carlo, sottolineando quanto sia importante mappare questi ambienti per capire davvero la biodiversità che li abita. Spesso colonie come questa vengono rovinate dalle reti a strascico o dalla pesca illegale prima ancora che gli scienziati possano osservarle. Il Ministero dell’Ambiente ha annunciato che valuterà l’area per inserirla tra i siti protetti di particolare interesse.

Un tesoro nascosto ma minacciato

I coralli neri sono risorse preziose ma fragili e poco conosciute: a differenza delle barriere colorate tropicali, vivono nell’ombra e restano praticamente invisibili. Una nota della Stazione Zoologica Anton Dohrn sottolinea come molte popolazioni mediterranee siano scomparse senza lasciare traccia scientifica. Il pericolo non arriva solo dalla pesca: anche inquinanti chimici e il cambiamento delle correnti stanno alterando questi habitat profondi. Alcuni pescatori locali, intervistati lunedì mattina al porto di Palinuro, hanno ammesso di non sapere dell’esistenza di queste colonie proprio sotto le loro rotte abituali.

Ricerca e protezione: il tempo stringe

Solo negli ultimi anni, grazie a fondi europei dedicati alla ricerca marina profonda, sono partiti progetti specifici per censire questi ecosistemi fragili. Il responsabile del progetto LIFE-MedCoral, Marco Giuliani, spiega che ora l’obiettivo è monitorare costantemente la colonia di Capo Palinuro per studiarne lo stato e il ritmo di crescita. “Servono continuità negli investimenti e leggi efficaci per evitare danni irreparabili,” ha detto Giuliani durante il convegno “Mediterraneo sommerso” tenutosi ieri a Napoli.

Un allarme dalle profondità del Mediterraneo

Per ora — come hanno ribadito sia i ricercatori sia le autorità locali — l’area resta accessibile solo ai team autorizzati ed è protetta da segnalazioni temporanee per chi naviga nelle vicinanze. Ma ciò che emerge dalle acque scure di Palinuro accende un faro su quanto siano fragili — e misteriosi — i tesori nascosti negli abissi: patrimoni biologici cresciuti lontani dalla luce per secoli che ora chiedono più attenzione scientifica e tutela concreta. “Non possiamo difendere quello che non conosciamo,” ha concluso la professoressa Di Carlo chiudendo l’incontro con la stampa. Nel silenzio sott’acqua — interrotto solo dal respiro delle bombole — resta forse la domanda più urgente sul futuro dei nostri mari.

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