Scoperta in Etiopia: Nuova specie di coccodrillo gigante cacciava i primi ominidi 3 milioni di anni fa

Salvatore Broggi

16 Marzo 2026

Addis Abeba, 16 marzo 2026 – Una scoperta che promette di riscrivere i libri sull’evoluzione umana: un gruppo di ricercatori internazionali ha messo in luce una nuova specie di coccodrillo gigante, vissuta in Etiopia circa 3 milioni di anni fa. Sul numero recente della rivista “Nature Ecology & Evolution” si racconta di questi rettili – lunghi più di sette metri – che avrebbero rappresentato una minaccia costante per i primi ominidi, dando la caccia sulle rive e nelle zone paludose dove uomini e animali andavano ad abbeverarsi.

Un predatore nascosto tra le rive dell’Afar

Gli scavi, partiti nel 2022 vicino al villaggio di Woranso-Mille, nell’area dell’Afar – già famosa per i fossili di Australopithecus afarensis –, hanno portato alla luce resti mai visti prima. A guidare la campagna erano l’Università di Addis Abeba e il Museo di Storia Naturale di Londra. Tra i reperti, denti e ossa mascellari particolarmente robusti hanno subito colpito gli esperti. “Abbiamo capito subito che era qualcosa di diverso”, racconta il paleontologo Getachew Asfaw, coordinatore della spedizione. “La dimensione e la forma dei denti indicavano un super-predatore”.

Cacciatore temuto dagli ominidi e altri animali

Il team ha dato un nome provvisorio a questo gigante: Crocodylus anthropophagus. Potrebbe arrivare fino a sette metri e mezzo e pesare quasi una tonnellata. Sulle sue mandibole sono evidenti segni d’usura tipici dei predatori abituati a catturare prede grandi e terrestri. “Non si accontentava certo di pesci o piccoli animali”, spiega la zoologa inglese Mary Leakey. “Il suo menu comprendeva mammiferi, probabilmente anche gli ominidi che abitavano la zona”.

A rafforzare questa ipotesi, sono stati ritrovati resti di ominidi con segni evidenti di morsi compatibili proprio con quei denti. Le aggressioni avvenivano probabilmente durante la stagione secca, quando tutti – uomini e animali – si radunavano intorno alle stesse fonti d’acqua. Non è la prima volta che si parla della convivenza tra uomini primitivi e grandi predatori, ma qui le prove sono finalmente concrete.

Quando il coccodrillo condizionava l’evoluzione umana

Questa scoperta cambia parecchio la prospettiva sui pericoli che i nostri antenati dovevano affrontare. Fino a ora, si pensava soprattutto ai grandi felini o ai grossi erbivori come minacce principali. Ma, come sottolinea il paleoantropologo Richard Potts dello Smithsonian Institute, “questi enormi coccodrilli hanno probabilmente influenzato molto il comportamento degli ominidi: dalla scelta dei luoghi dove vivere fino alle strategie per procurarsi l’acqua”.

Un predatore così potente avrebbe spinto le prime comunità a essere più unite, attente ai segnali e forse più prudenti nell’avvicinarsi ai corsi d’acqua. I resti archeologici confermano insediamenti spesso lontani dai fiumi rispetto ad altre zone africane coeve.

Un ambiente più ricco (e pericoloso) del previsto

L’Etiopia di tre milioni di anni fa non era il territorio arido che conosciamo oggi. Le analisi dei pollini fossili rivelano un paesaggio pieno d’acqua: laghi, fiumi, vegetazione folta – l’habitat ideale per coccodrilli giganteschi come questo. Ma la convivenza contemporanea con grandi erbivori e carnivori dà vita a un ecosistema molto più complicato del previsto.

“L’Afar ospitava già una fauna incredibilmente varia”, spiega il geologo Tesfaye Kebede. “Questo ritrovamento ci costringe a ripensare alle relazioni tra predatori e prede in uno dei momenti chiave dell’evoluzione umana”.

Nuove ricerche all’orizzonte

Il fossile principale, catalogato come specimen WM-2023-07, è conservato al Museo Nazionale Etiope ad Addis Abeba. Nei prossimi mesi partiranno nuovi scavi nelle aree vicine per capire se questa specie fosse diffusa anche altrove nel Corno d’Africa. I risultati potrebbero rivoluzionare la storia delle interazioni tra i primi uomini e i grandi predatori.

“Solo così capiremo quanto difficile fosse davvero la vita dei nostri antenati”, dice Asfaw. E forse scopriremo anche perché certi istinti antichi sono rimasti impressi nella nostra memoria collettiva.

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