Le immagini di politiche, attrici e giornaliste usate senza consenso hanno sollevato un’ondata di denunce in tutta Italia. Gli investigatori ora cercano i responsabili nascosti dietro nickname.
ROMA – Il portale Phica.eu ha chiuso improvvisamente, ma lo scandalo che ha travolto la piattaforma non si spegne: la Polizia Postale ha avviato un’indagine su vasta scala, con l’obiettivo di identificare centinaia di utenti che, nel corso degli ultimi anni, avrebbero pubblicato commenti sessisti, contenuti illeciti e persino istigazioni alla violenza sessuale. A rendere ancora più grave il quadro è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per manipolare immagini di donne note, tra cui Giorgia Meloni, Elly Schlein, giornaliste, attrici, cantanti e altre personalità pubbliche.
Il caso è esploso dopo che alcune di queste immagini sono state individuate e denunciate, generando una reazione a catena tra politica e opinione pubblica. Alcune giornaliste del Tg1 hanno denunciato pubblicamente in diretta, mentre Valentina Parisse ha già dichiarato che si presenterà alla polizia.
Gli amministratori scaricano la colpa sugli utenti tossici e chiudono tutto
Nel tentativo di placare l’indignazione crescente, gli amministratori del sito hanno prima oscurato i profili femminili e poi comunicato la chiusura definitiva del portale. Il comunicato, scritto con un linguaggio approssimativo, ha attribuito la responsabilità della degenerazione del sito a “comportamenti tossici” da parte degli utenti, affermando di non essere riusciti a contrastarli “in tempo”.

Nel testo si precisa che la piattaforma avrebbe sempre cercato di collaborare con le autorità e che i contenuti come pedopornografia e violenza non sarebbero mai stati tollerati. Tuttavia, è ormai chiaro che il controllo è completamente sfuggito di mano, con la creazione di community violente e offensive nei confronti delle donne.
Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti investigativi, Phica.eu sarebbe stato gestito tra Emilia-Romagna e Abruzzo, regioni dove operano da decenni realtà legate all’intrattenimento per adulti. Tuttavia, i server risiederebbero negli Stati Uniti, complicando l’acquisizione immediata dei dati identificativi (IP).
Gli investigatori, però, puntano proprio a questi elementi tecnici per risalire agli autori di post violenti o diffamatori, che potrebbero ora dover rispondere di reati gravi, dalla diffamazione aggravata all’istigazione a delinquere, fino al vilipendio di cariche dello Stato.
Denunce in tutta Italia e una possibile class action pronta a partire
Nel frattempo, decine di donne da ogni parte d’Italia si stanno rivolgendo alle autorità. L’avvocata Annamaria Bernardini De Pace ha annunciato una class action nazionale, sostenuta anche da Arianna Pigini, presidente dell’associazione “L’Abbraccio del Mediterraneo Ets”.
Ma Phica non è l’unica piattaforma finita nel mirino: anche il profilo Facebook “Mia moglie”, chiuso di recente dalla polizia, e il sito Comeup sarebbero coinvolti nella diffusione di contenuti simili. Le donne del PD hanno lanciato un appello per una denuncia collettiva bipartisan, che superi le divisioni politiche.
Persino Roberto Vannacci, esponente della Lega, dopo aver scoperto di essere stato inserito nel portale, ha dichiarato pubblicamente l’intenzione di avviare azioni legali.
Nel caos, molti utenti hanno cercato di cancellarsi in fretta, temendo di essere identificati. Ma l’operazione non è stata né semplice né economica: secondo le ultime testimonianze, sarebbero stati richiesti tra i 145 e i 180 euro per eliminare definitivamente il proprio account. Un aspetto che potrebbe rientrare nelle indagini, aprendo scenari di estorsione o truffa.
Intanto, la ministra alla Famiglia e Pari opportunità Eugenia Roccella ha assicurato che il governo sta preparando nuove misure: “Potenzieremo i sistemi di monitoraggio e segnalazione di queste barbarie digitali, lavorando a stretto contatto con la magistratura”.
L’eco di questa vicenda è destinata a durare. La chiusura di Phica.eu non chiude affatto il problema, anzi lo amplifica, portando alla luce un mondo sommerso di violenza digitale che spesso si muove nell’anonimato delle piattaforme. La sfida, ora, è capire quanto in profondità si è diffuso questo fenomeno e quali strumenti concreti il Paese intende mettere in campo per proteggere le vittime, ripristinare la legalità online e ridare dignità alle persone coinvolte.