Seattle, 24 gennaio 2026 – Tra le gelide acque dell’Alaska, in mezzo alle pozze di marea, da qualche settimana i ricercatori hanno notato qualcosa di curioso: un piccolo pesce locale sembra essere capace di “suonare” il proprio cranio. Eppure, almeno per ora, quel tamburo resta silenzioso. La vicenda arriva dal litorale vicino a Kachemak Bay dove, secondo i dati raccolti dall’Università dell’Alaska, i biologi stanno cercando di capire il comportamento di una specie ancora avvolta nel mistero.
Il mistero del pesce-tamburo
Protagonista di questa storia è il plainfin midshipman (Porichthys notatus), soprannominato in Alaska “pesce luminescente” per via dei suoi fotofori che brillano al buio. Dai primi riscontri raccolti tra dicembre e gennaio, si vede che diversi maschi si radunano nelle pozze lasciate dalla bassa marea all’alba. Nel silenzio rotto solo dal vento e dal richiamo lontano dei gabbiani, questi pesci fanno un gesto insolito: spingono la testa contro le rocce sottostanti a ritmo, quasi come se stessero “battendo un colpo”.
Gli studiosi guidati dal professor Ian McGregor raccontano che si tratta di “un comportamento ben organizzato, che potrebbe servire a comunicare o attirare una compagna”. Ma nonostante microfoni subacquei e registratori piazzati vicino alle vasche naturali, non è mai stato captato un suono legato a questo gesto. “Finora – spiega McGregor – non abbiamo sentito nulla provenire dal loro cranio. Ma il modo in cui picchiettano è chiaro: seguono una sequenza precisa.”
Un enigma per la biologia marina
La scoperta ha acceso l’interesse di diversi enti scientifici americani. L’Alaska Department of Fish and Game ha confermato di aver esaminato i video raccolti sul campo. La biologa Renée Takala sottolinea: “Abbiamo visto questi movimenti soltanto nei maschi adulti e sempre in orari precisi, soprattutto durante la luna nuova e con la marea calante.”
Ma qual è lo scopo di questo curioso rituale? Al momento si fanno diverse ipotesi. C’è chi parla di una forma primitiva di comunicazione sonora, forse un messaggio per i rivali o per potenziali partner. Altri pensano che serva a tastare il fondo o a spaventare predatori. “Potremmo trovarci davanti a una strategia evolutiva del tutto nuova nelle fredde acque dell’Alaska,” suggerisce Takala, “ma senza sentire davvero un suono è difficile dirlo con certezza.”
La tecnologia al servizio della scoperta
Per cercare di sbrogliare il mistero del “pesce che suona il cranio”, nelle ultime settimane sono stati messi nuovi sensori idroacustici molto sensibili dentro le pozze studiate. Si tratta di microfoni capaci di captare anche vibrazioni fuori dalla portata dell’udito umano, con l’obiettivo di intercettare rumori troppo deboli o insoliti.
“Abbiamo notato che parte delle vibrazioni viene assorbita dal fango e dalle alghe,” confida una ricercatrice dell’Università di Anchorage, “forse è questo che ci fa perdere il suono.” Altri studiosi ricordano casi simili in Sud America: alcune specie simili usano davvero ossa per produrre vibrazioni anche se non sempre come forma di comunicazione sonora.
Tra ghiaccio e silenzio, cosa accadrà?
Nel piccolo laboratorio costiero di Homer, dove ogni pomeriggio verso le 16 si analizzano i campioni, si respira l’idea che questa storia sia solo all’inizio. “Teniamo i microfoni accesi giorno e notte,” dice McGregor, che divide il suo tempo tra la baia e il centro dati. Ma fino ad ora nessuna registrazione ha rivelato tracce certe del tanto cercato suono misterioso.
La comunità scientifica aspetta sviluppi con curiosità. Se davvero questo pesce batterà prima o poi il suo tamburo col cranio, potrebbe aprirsi uno scenario tutto nuovo nello studio dei comportamenti animali nei mari del Nord. Per ora però restano immagini: riflessi argentei tra alghe brune e quel movimento ritmato della testa. Suono? Ancora niente.
