Gruppi di gatti selvatici: scopri i nomi segreti come clowder, colonia e altri termini insoliti

Salvatore Broggi

2 Gennaio 2026

Roma, 2 gennaio 2026 – Gruppi di gatti che si aggirano tra i cortili delle periferie, colonie nascoste che spuntano nei parchi cittadini e nomi curiosi come “clowder” o “glaring”: il modo in cui parliamo dei felini non serve solo a descriverli, ma ci aiuta a capire anche aspetti meno visibili del loro comportamento. Dietro i termini usati, sia in italiano sia in inglese, si nasconde un mondo fatto di abitudini feline, legami sociali e piccoli segreti che ancora stuzzicano la curiosità di studiosi e appassionati.

Gatti in gruppo: cosa dice il linguaggio

In italiano si parla spesso di colonia felina, soprattutto quando si tratta di gatti che vivono in città. La parola evoca un’idea di comunità più organizzata e meno selvaggia. A Roma, ad esempio, secondo l’Ente Nazionale Protezione Animali, ci sono almeno 400 colonie censite: da Testaccio a San Lorenzo, fino agli angoli più nascosti dei quartieri. Le “gattare”, le donne che li accudiscono, sono diventate punti fermi per gli abitanti del posto.

In inglese invece si usa il termine clowder, poco conosciuto nella vita di tutti i giorni ma ancora presente nei testi zoologici. “Una clowder è semplicemente un gruppo di gatti domestici,” spiega John Bradshaw, etologo e scrittore britannico. “Non formano branchi come i cani, ma nelle città hanno messo su delle relazioni sociali complesse.” Chi ha occhi per guardare – chi osserva i cortili all’alba o le rovine al tramonto – nota subito le differenze.

Tra rivalità e alleanze: la vita sociale dei gatti

Le parole raccontano ciò che spesso sfugge a uno sguardo distratto. Glaring, un termine inglese quasi antico, indica un gruppo di gatti particolarmente litigiosi e chiassosi. In italiano non c’è una parola precisa per questo, anche se chi vive vicino alle colonie sente spesso storie di lotte notturne, urla improvvise e fughe veloci. “Ogni tanto volano parole grosse,” confida Mara, 59 anni, volontaria alla Garbatella, “ma il giorno dopo li trovi ancora lì insieme a dividere la stessa ciotola.”

Il linguaggio non è mai casuale. Le parole cambiano insieme alle realtà che descrivono: i gatti sono animali notoriamente solitari, ma quando vivono liberi in città cambiano modo di comportarsi in base a quello che trovano intorno a loro e ai rivali da tenere d’occhio. Dove cibo non manca – spesso grazie alle volontarie – nascono gerarchie sottili ma chiare. “La gatta più anziana ha rispetto da tutti,” racconta Mara con un sorriso.

Nomi strani e significati nascosti

E poi ci sono i nomi particolari. Non solo quelli dati ai singoli gatti – “Pallina”, “Nerone”, “Grisù” – ma anche quelli per definire i gruppi stessi. Al Sud Italia capita ancora di sentire parlare di “squadre” o “brancati”, parole nate dal mondo rurale per indicare gruppi di animali senza padrone.

L’origine di questi termini si perde tra leggende e osservazioni pratiche. Clowder viene dal medio inglese; “colonia” fa pensare a una società parallela, silenziosa ma ben organizzata. Oggi però queste parole assumono spesso un tono affettuoso o ironico: “Il mio balcone è una vera repubblica felina,” scherza Lucia, insegnante in pensione del quartiere Monteverde.

Come cambia il comportamento da città a città

Anche il modo in cui i gatti si raggruppano cambia molto da zona a zona, così come le parole usate per descriverli. A Milano si parla soprattutto di colonie feline, regolate da ordinanze comunali; a Napoli invece si preferiscono termini come “famiglie” o “clan”, quasi a dare loro tratti umani.

Gli esperti confermano che la città ha rivoluzionato abitudini antiche. “Le ricerche più recenti mostrano come nei centri urbani i gatti imparino a collaborare pur tenendo distanze precise,” spiega Francesca Santoro dell’Università di Torino. Il lessico quindi non è mai neutro: riflette l’adattamento tra uomini e animali.

Dietro le parole c’è sempre la realtà

Il linguaggio usato per parlare dei gruppi felini non è solo un gioco con le parole. Racconta una convivenza urbana fatta di piccoli gesti quotidiani: dagli orari delle gattare alle ronde notturne degli stessi felini. Nei vicoli antichi come nelle periferie moderne ogni nome dato ai gruppi – clowder, colonia o repubblica che sia – conserva una storia fatta di incontri silenziosi e alleanze fragili.

Alla fine ci si accorge che dietro ogni parola c’è sempre qualcosa di concreto: file di ciotole lungo il muro, occhi attenti che scrutano l’ombra e fughe improvvise nel crepuscolo. E così il nostro vocabolario continua a inseguire i segreti di chi cammina da sempre con passi leggeri nei nostri cortili.

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