Duplicazione del denaro sulla blockchain: sfatiamo il mito delle stablecoin e Treasury tokenizzati

Corrado Pedemonti

6 Gennaio 2026

Milano, 6 gennaio 2026 – Da giorni, sui social si parla a gran voce di un’idea che sta facendo discutere nelle community finanziarie: con l’arrivo delle stablecoin sulle blockchain pubbliche e la diffusione rapida dei Treasury tokenizzati, si starebbe creando una sorta di “duplicazione del denaro”. È una tesi che gira tra video su TikTok e thread su X, passando di esperto in esperto. Ma, al di là del rumore online, la realtà sembra meno netta.

Stablecoin e Treasury tokenizzati: cosa sta davvero succedendo

Il dibattito ruota attorno a due fenomeni paralleli. Da una parte, la crescita delle stablecoin – monete digitali legate al valore di valute tradizionali, soprattutto il dollaro – emesse su blockchain aperte a chiunque abbia un wallet. Dall’altra, l’impennata recente dei Treasury tokenizzati: strumenti digitali che rappresentano quote di titoli di Stato americani e che possono essere scambiati in tempo reale, 24 ore su 24.

I numeri parlano chiaro. Secondo CoinGecko, al 4 gennaio 2026 la capitalizzazione totale delle stablecoin supera i 160 miliardi di dollari. Le più diffuse – Tether (USDT), USD Coin (USDC), DAI – viaggiano soprattutto sulle reti Ethereum e Tron. Nel frattempo, come ha riportato BlackRock nel suo ultimo report, il mercato dei Treasury tokenizzati ha raggiunto quota 800 milioni di dollari in pochi mesi, con grandi fondi come Franklin Templeton e WisdomTree già presenti.

La teoria della “duplicazione”: chi la sostiene e perché

Tra chi sostiene questa teoria c’è l’analista americano Adam Cochran, secondo cui “stiamo creando due versioni digitali dello stesso dollaro: una nelle stablecoin e l’altra nei Treasury tokenizzati”. Nei forum, molti si chiedono se tutto ciò non rischi di gonfiare artificialmente la liquidità globale.

“Quando un dollaro viene messo come garanzia per emettere una stablecoin, quel dollaro reale spesso finisce investito in Treasury statunitensi – che a loro volta vengono trasformati in token”, spiega il divulgatore Andrea Ferrero in un video. Prende come esempio Circle (che emette USDC), che mantiene gran parte delle riserve in titoli pubblici a breve termine. In questo modo, il denaro “vive” sia nella sua forma originale sia in quella digitale.

La finanza tradizionale mette i puntini sulle i

Gli addetti ai lavori invitano però alla calma. “Non si sta creando denaro dal nulla”, sottolinea Carlo Messina, docente di Economia dei mercati finanziari all’Università Bocconi. “Si tratta sempre di modi diversi per rappresentare la stessa riserva: funziona come la moneta elettronica”.

In pratica, le stablecoin vengono emesse solo se c’è un collaterale vero dietro – cioè riserve liquide o contanti. La tokenizzazione dei Treasury serve invece a semplificarne lo scambio sui mercati digitali senza aumentare la massa monetaria. Insomma, quel timore di un’inflazione “digitale” non trova riscontro nei dati ufficiali delle banche centrali.

Le incognite restano: trasparenza e regole da migliorare

Resta però il nodo della trasparenza. “Quando compri una stablecoin devi fidarti che chi la emette abbia davvero le riserve promesse”, avverte la consulente legale Valeria Malossi. Negli Stati Uniti l’attenzione è alta: a dicembre scorso la SEC ha chiesto chiarimenti alle principali società coinvolte nella tokenizzazione dei titoli pubblici, sollevando dubbi sul controllo effettivo delle riserve.

Un altro rischio riguarda possibili opacità nei passaggi tra finanza tradizionale e digitale. “Se le regole per emettere questi strumenti non sono chiare o se più intermediari usano lo stesso collaterale con più soggetti,” spiega Malossi, “potremmo trovarci davanti a problemi sistemici simili a quelli del 2008”.

Mercati prudenti mentre il futuro resta incerto

Nel frattempo i mercati sembrano muoversi con cautela. Il prezzo delle principali stablecoin resta ben agganciato al dollaro (con poche eccezioni). La domanda per i Treasury tokenizzati cresce ma senza stravolgere i volumi globali. “Per ora,” osserva l’economista Luca D’Ambrosio, “la finanza digitale non ha superato i limiti fissati da autorità e mercato”.

Quel che è certo è che serve tenere d’occhio il fenomeno. Nuove norme sulla trasparenza degli asset digitali potrebbero arrivare presto dagli Stati Uniti e dall’Europa. Solo allora capiremo se questa presunta “duplicazione del denaro” resterà un’idea virale o diventerà un problema vero per il sistema finanziario.

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