New York, 24 gennaio 2026 – I mercati del debito statunitensi mostrano ancora una certa solidità, nonostante l’incertezza crescente legata alle tensioni geopolitiche. Una stabilità che fino a poco tempo fa sembrava quasi scontata per gli operatori, ma che ora comincia a far sorgere dubbi, soprattutto tra gli investitori europei. Se la politica estera americana dovesse farsi più aggressiva, alcune grandi gestioni patrimoniali del Vecchio Continente stanno seriamente pensando di “vendere America”. È un’espressione forte, che nelle ultime settimane si sente spesso nelle sale di gestione tra Londra e Francoforte e racconta di un clima in rapido cambiamento.
Debito Usa: una solidità che vacilla
I dati di ieri confermano che il mercato del Treasury resta liquido e appetibile. Il rendimento sul decennale si è stabilizzato intorno al 4,08%, come riporta il Dipartimento del Tesoro alle 17 ora di New York. Ma tra gli investitori europei si respira un’aria meno serena rispetto al recente passato. “La forza dei bond americani non è più una certezza assoluta”, ammette un gestore francese che preferisce mantenere l’anonimato. Il vero nodo, dicono diversi analisti, è la percezione di un rischio politico in aumento, soprattutto se Washington dovesse assumere una posizione più dura su dossier internazionali delicati come Medio Oriente e Mar Cinese Meridionale.
Geopolitica e nervosismo in Europa
“Se gli Stati Uniti alzassero davvero il tono militare nei prossimi mesi, noi non saremmo più tranquilli nel tenere la stessa esposizione ai titoli del Tesoro”, ha spiegato ieri pomeriggio un senior strategist tedesco durante una conference call con clienti italiani. Nelle stanze della finanza di Francoforte e Milano si parla ormai apertamente della possibilità di ridurre le posizioni in caso di “sciabole troppo agitate” da parte di Washington. Non solo i conflitti aperti – come quelli in Ucraina o Medio Oriente – ma anche le tensioni commerciali e le possibili nuove politiche sui dazi nel 2026 pesano sull’umore degli investitori.
I dati macro: qualche crepa nella facciata
Sul fronte dei numeri reali la situazione rimane complicata. L’ultimo rapporto della Federal Reserve, uscito la settimana scorsa, segnala un debito pubblico americano che ha raggiunto i 34,3 trilioni di dollari a fine dicembre 2025. La domanda mondiale per i Treasury resta alta: Giappone e Cina continuano ad acquistare titoli per cifre importanti, dicono i dati ufficiali. Ma dall’Europa arrivano segnali più cauti. “Stiamo esaminando tutti i possibili scenari”, dice il responsabile investimenti di una grande assicurazione olandese. Il rischio più grande è una perdita improvvisa di fiducia, legata più alle scelte politiche imprevedibili che ai fondamentali economici.
Cosa potrebbe succedere se l’Europa si ritira
Se davvero gli investitori europei iniziassero a vendere in massa, le conseguenze sarebbero immediate: rendimenti in salita e prezzi dei bond più volatili. Bloomberg ha stimato ieri che fondi pensione e assicurazioni europee detengono circa il 12% dei Treasury statunitensi in circolazione. Se anche solo una parte significativa venisse messa sul mercato nell’arco di poche settimane, i rendimenti potrebbero salire di oltre 20 punti base nel breve termine. Movimenti simili in passato erano stati digeriti senza problemi; oggi però la situazione è diversa.
Reazioni tra Stati Uniti ed Europa
Alla Casa Bianca preferiscono non commentare le voci sulle strategie degli investitori stranieri. Ma fonti vicine al Dipartimento del Tesoro ammettono che “l’attenzione sui flussi è altissima”. A Bruxelles invece c’è più prudenza: “Seguiamo con attenzione gli sviluppi”, ha detto ieri sera un portavoce della Commissione europea, aggiungendo che “il dialogo con Washington resta costante”.
In attesa dei prossimi sviluppi geopolitici, il consiglio è uno solo: prudenza. Chi opera sui mercati sa bene che – soprattutto in questi tempi tesi – ogni mossa nella politica estera può tradursi subito in turbolenze finanziarie. Nessuno osa fare previsioni definitive, ma nelle sale operative la parola d’ordine è chiara: tenere d’occhio gli Stati Uniti, oggi più che mai.
