Addis Abeba, 2 gennaio 2026 – Ieri mattina, tra le polverose alture del distretto di Wollo, nel nord dell’Etiopia, alcuni contadini hanno fatto una scoperta sorprendente: un opale naturale di dimensioni inaspettate. È successo quasi per caso, durante i consueti lavori nei campi, come raccontano gli stessi protagonisti. In breve tempo, la notizia ha fatto il giro tra intermediari, compratori e curiosi. Così è nato l’interesse per il nuovo opale etiope, che sta lentamente entrando nel mercato mondiale, accendendo speranze ma anche qualche preoccupazione tra chi vive di queste risorse.
Un’opportunità nascosta sulle montagne di Wollo
La zona – una collina arida a circa trenta chilometri da Dessie – era già nota per alcune miniere artigianali. Ma nessuno si aspettava una scoperta simile. “Ho visto brillare una pietra sotto la terra smossa”, racconta Hailemariam Getachew, 42 anni, uno dei contadini che l’hanno trovata. “All’inizio non capivamo quanto fosse preziosa”. L’opale, con la sua superficie lattiginosa e i riflessi verdi e blu, ha subito fatto il giro del villaggio. Solo allora qualcuno ha pensato di chiamare un commerciante della capitale.
Nei giorni successivi, dicono le autorità locali, sono stati raccolti altri frammenti nella stessa area. La voce si è sparsa in fretta: prima tra i piccoli produttori, poi fino ai grossisti di Addis Abeba che riforniscono i mercati internazionali.
L’export etiope che cresce a vista d’occhio
Negli ultimi tre anni il Ministero delle Miniere segnala un aumento costante dell’esportazione di opali: dalle 17 tonnellate del 2023 alle oltre 25 previste per il 2025. L’analista Habtamu Alemu, esperto del settore gemme preziose, sottolinea come la domanda estera arrivi soprattutto da Giappone, Stati Uniti ed Europa. “L’opale etiope ha caratteristiche uniche”, dice Alemu. “Rispetto a quello australiano i colori sono più variabili, spesso le pietre sono più grandi e più facili da lavorare”.
Il prezzo medio è di circa 100 dollari al grammo, con punte fino a 500 per le pietre più pure. Questo sta spingendo molti giovani ad abbandonare l’agricoltura tradizionale per dedicarsi all’estrazione artigianale. Ma non tutti sono soddisfatti. Il sindaco di Bati, Tadesse Bonsa, ammette: “I guadagni veri finiscono quasi sempre nelle mani degli intermediari e dei compratori stranieri. I nostri contadini rischiano di vedere solo qualche briciola”.
Tra speranze e tensioni nelle comunità locali
Nel mercato di Kobo stamattina l’atmosfera era cambiata. Un ragazzino mostrava ai passanti una manciata di pietre lucide; un altro offriva il suo aiuto agli stranieri diretti verso la nuova cava. Non c’è ancora una vera organizzazione della filiera ma emergono già tensioni: piccoli furti e discussioni su chi detiene i diritti delle scoperte non mancano. “Serve una legge chiara”, spiega Tekle Mengistu, rappresentante di un’associazione di contadini. “Altrimenti rischiamo solo confusione e sfruttamento”.
In Etiopia l’opale non è mai stato solo un ornamento: da generazioni si usa come amuleto contro la malasorte o lo si regala durante cerimonie nuziali. Ora però tutto cambia con i primi guadagni che hanno permesso a molti di costruire case in muratura. In tanti sperano che questa pietra possa davvero segnare una svolta nelle condizioni di vita dei villaggi.
L’arrivo degli stranieri e i rischi per l’ambiente
Già prima di Natale sono comparsi nella zona i primi compratori stranieri. Broker cinesi e indiani sono stati visti trattare direttamente con i contadini sul posto. “Abbiamo ricevuto offerte anche da laboratori europei”, racconta all’alba un giovane minatore fuori dalla cava improvvisata.
Ma insieme alle promesse arrivano anche i timori legati all’ambiente. Un rapporto preliminare dell’università di Bahir Dar avverte che l’estrazione senza regole potrebbe portare a frane e alla perdita delle terre coltivabili. L’esperto Hailu Worku avverte: “Occorre uno sforzo comune per trovare un equilibrio tra sviluppo e tutela del territorio”.
Opale etiope: tra sfide e speranze
Ad Addis Abeba, negli uffici della Camera di Commercio si discute se destinare parte dei ricavi a programmi sociali e infrastrutture locali. Un funzionario anonimo confida: “Non vogliamo ripetere gli errori del passato, quando né oro né caffè hanno migliorato davvero la vita dei più poveri”. Questa pietra dal colore latte diventa così il simbolo di una speranza nuova – fragile ma brillante allo stesso tempo. In molti si chiedono se questa ricchezza resterà in Etiopia o finirà dispersa nel grande mercato globale come già successo altre volte.
