Roma, 5 aprile 2026 – Un gruppo di ricercatori europei ha fatto luce su un aspetto sorprendente dei celacanti, quei pesci antichissimi sopravvissuti fino a oggi: i loro polmoni non servivano solo a respirare, ma anche a captare i suoni sott’acqua. Lo studio, uscito ieri su Nature Communications, aggiunge un pezzo importante al puzzle sull’evoluzione dei sensi nei vertebrati, rivelando dettagli finora nascosti sull’anatomia di questi “fossili viventi”.
Un polmone diverso: da organo respiratorio a strumento acustico
L’equipe guidata da Mathieu Renard, dell’Università di Montpellier, ha analizzato reperti fossili e esemplari moderni conservati in musei europei, scoprendo che i celacanti avevano sacche d’aria collegate direttamente all’orecchio interno. “Non sono polmoni come quelli dei mammiferi”, chiarisce Renard. “Erano organi ridotti, ma in grado di trasmettere vibrazioni sonore lungo il corpo fino all’orecchio”. In pratica, la pressione dell’acqua muoveva le pareti di queste sacche, che funzionavano come una cassa di risonanza: da qui le onde sonore venivano trasformate in segnali nervosi.
La scoperta è frutto di mesi di tomografie e microanalisi su crani fossilizzati vecchi più di 300 milioni di anni, trovati tra Madagascar e Tanzania. Solo mettendo a confronto questi pezzi con i pochi celacanti vivi, come il noto Latimeria chalumnae, gli studiosi hanno potuto ricostruire l’evoluzione interna di questi organi. Il passaggio è stato graduale: polmoni attivi in ambienti con poco ossigeno, poi organi sempre più ridotti e infine utilizzati quasi solo per l’acustica.
La svolta evolutiva nei sensi dei vertebrati
Per il paleontologo italiano Giuseppe Marras, dell’Università La Sapienza di Roma, che non ha partecipato allo studio ma ha commentato per alanews.it, questa scoperta “potrebbe rivoluzionare quello che sappiamo sull’origine dell’udito negli animali”. Finora si pensava che i vertebrati acquatici primitivi percepissero i suoni solo grazie alla linea laterale, quel sistema che rileva i movimenti dell’acqua. Il lavoro del team francese invece porta una novità: la connessione tra polmone e orecchio potrebbe essere stata una tappa importante prima dell’arrivo dei tetrapodi terrestri.
“È come se la natura avesse provato diverse soluzioni sott’acqua”, dice Marras. La relazione scoperta nel celacanto mostra un’evoluzione molto più flessibile di quanto immaginato finora. Nei pesci più antichi il polmone aveva una doppia funzione: aiutare a respirare e migliorare l’udito negli abissi oscuri.
Implicazioni per lo studio dell’udito umano
Non è un dettaglio da poco. Molte parti dell’orecchio interno dei pesci antichi si ritrovano anche nei vertebrati moderni – noi compresi. Gli autori sostengono che comprendere queste connessioni può aiutarci a tracciare meglio la storia dell’udito nelle specie terrestri.
“Ogni nuova scoperta sui celacanti ci illumina sul cammino evolutivo dei nostri stessi sensi”, sottolinea Renard. La coautrice tedesca Eva Schultz evidenzia come le nuove tecniche di imaging abbiano permesso di osservare dettagli finora invisibili nei fossili: “Oggi possiamo praticamente ‘sbirciare’ dentro crani vecchi centinaia di milioni di anni senza rovinarli”.
Una finestra sul passato per interpretare il presente
I celacanti sono animali rari e misteriosi, spesso visti come l’anello mancante tra pesci e vertebrati terrestri. Scoperti vivi solo nel 1938 al largo del Sudafrica dopo essere stati dati per estinti da milioni di anni, continuano a stupire gli scienziati. L’ultimo avvistamento risale allo scorso febbraio, quando un peschereccio vicino alle Comore ha catturato un esemplare adulto lungo circa 1,6 metri e quasi 80 chili. Episodi come questo riaccendono il dibattito sul valore della biodiversità e sulle sue radici.
Lo studio sui polmoni usati per sentire crea un collegamento diretto tra passato e presente, offrendo spunti preziosi non solo alla paleontologia ma anche alle neuroscienze moderne. Non è solo uno sguardo al passato remoto: capire come ascoltavano i celacanti significa conoscere meglio anche noi – quel legame sottile che ancora oggi ci tiene connessi al mondo sommerso.
